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Esteri
La difesa contro il terrorismo suicida è possibile


Di Gianni Pardo

Il problema del terrorismo è duplice. È praticamente impossibile prevenire l'attacco di un singolo armato di pistola, di coltello o perfino di una cintura esplosiva. Dunque sia l'attività di prevenzione, prima dell'attentato, sia la possibile difesa, quando si verifica, possono essere efficaci fino ad un certo punto. La massima difficoltà, in questo campo, è tuttavia un’altra. Chi progetta di compiere un reato trova la massima remora nelle possibili conseguenze negative che potrebbe patirne, a partire dagli anni di carcere. Il sistema giuridico di ogni Paese mira proprio a questo risultato. Nei trattati di diritto penale, con riferimento all'influenza delle possibili sanzioni sulla psiche del singolo, si parla di "prevenzione speciale", e per l'effetto che la minaccia delle sanzioni può avere sull'ordine pubblico si parla di "prevenzione generale".

Ma tutto ciò non vale per gli attentatori suicidi. Se la massima sanzione è la pena di morte e l'individuo, non che temerla, addirittura la programma come epilogo del suo crimine, lo Stato è disarmato. E infatti oggi le società occidentali non sanno a che santo votarsi. Si limitano alle deprecazioni retoriche, alla mozione degli affetti, e soprattutto a discussioni oziose perché tutto va a sbattere contro il rifiuto della guerra (oltre tutto moderatamente appropriata, in questo campo) e contro l'impossibilità di una seria ed efficace risposta al terrorismo. E infatti i lamenti sono copiosi (facendo il gioco del terrorismo) mentre le soluzioni latitano. Non c’è da stupirsene: il problema è attualmente insolubile.

Ma l'avverbio "attualmente" pone implicitamente un interrogativo: "In altri tempi e in altre condizioni un rimedio ci sarebbe stato?" La risposta è inopinatamente sì. Ma per contemplarla con animo sgombro bisogna dimenticare la political correctness e forse una parte della nostra civiltà occidentale.

Negli Anni Settanta avanti Cristo Roma ebbe un grave problema: in tutto il Mediterraneo i pirati rubavano il carico delle navi e rivendevano come schiavi marinai e passeggeri. Quando Roma ne ebbe abbastanza, organizzò una spedizione immensa e costosissima, affidandone la guida a Gneo Pompeo.

Naturalmente i pirati erano il classico ago nel pagliaio. Se il Mediterraneo rimane grande con i mezzi moderni, figurarsi a quei tempi. Ma Pompeo in un paio di mesi risolse il problema: distrusse o catturò 849 navi (1.300 secondo altri), uccise circa diecimila pirati, ventimila ne fece prigionieri, ma soprattutto – ed è ciò che qui interessa - bruciò i loro arsenali, rase al suolo i loro forti ed anche le città che davano loro ospitalità: combattendo contro persone senza scrupoli, dimostrò di non averne molti neppure lui. In questo modo pose fine per secoli alla piaga della pirateria.

Ecco la possibile risposta al terrorismo: se i terroristi non temono la loro propria morte, bisogna indurli a temere qualche altra cosa, nella specie la morte delle persone a loro care. Se il terrorista rimane ignoto, ci si rassegna, ma se viene identificato si uccide tutta la sua famiglia fino al primo grado: in diritto ciò significa moglie, figli, genitori, fratelli e sorelle, qualunque sia il loro numero. Per non parlare di una punizione che si spingesse fino al secondo grado.

Gli scrupoli sarebbero fuori luogo. Si ucciderebbero degli innocenti esattamente come ha fatto il terrorista, e si attuerebbe finalmente una guerra simmetrica. Inoltre si confischerebbero i beni di tutte le persone uccise e sarebbe distrutta la casa in cui abitava il terrorista, anche se è una palazzina di sei appartamenti. In questo modo il terrorista non dovrà più mettere in conto la propria morte, ma anche quella di altre persone innocenti di cui – stavolta! – non può non importargli. Inoltre, creando il problema per tutti i suoi parenti e per tutti i suoi vicini di casa, non sarebbe improbabile che, per amore della propria vita (e non di quella degli innocenti che quel fanatico potrebbe uccidere) molti si deciderebbero a fermarlo in tempo o a denunciarlo.

Naturalmente se la famiglia fosse in un altro Paese e quel Paese si rifiutasse di consegnarla, con un bombardamento si raderebbe al suolo il quartiere in cui abitava il terrorista.

Come è chiaro, quello esposto è un punto di vista strettamente militare e “simmetrico”. Se gli stessi terroristi parlano di  jihad, cioè di guerra, dovrebbero sapere che in guerra sono previste le rappresaglie, anche indirette, come in questo caso. E se sono previste per comportamenti sleali nei confronti delle forze militari, figurarsi se non possono essere previste nel caso di comportamenti sleali nei confronti di civili innocenti ed inermi. Quanto alle proteste internazionali, se ne potrebbe tenere lo stesso conto che ne tiene lo Stato Islamico.

pardonuovo@myblog.it
 

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