La telefonata di quasi 90 minuti tra Donald Trump e Vladimir Putin, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, rappresenta il primo snodo politico del summit. Il colloquio, definito “costruttivo” dal Cremlino, è stato seguito da una conversazione tra Trump e Volodymyr Zelensky, che ha parlato di un confronto “molto positivo”. Sullo sfondo resta però il conflitto in Ucraina: Mosca continua a rivendicare i progressi nel Donbass, mentre Kiev respinge qualsiasi ipotesi di concessione territoriale. È in questo contesto che i 32 leader dell’Alleanza si riuniranno il 7 e 8 luglio, chiamati a dimostrare che la Nato è in grado di trasformare gli impegni politici in una reale capacità di deterrenza.
Il summit segna l’affermazione della cosiddetta “Nato 3.0”, un modello che amplia il concetto di sicurezza oltre la sola difesa militare. Accanto all’articolo 5 trovano spazio la resilienza civile, la protezione delle infrastrutture critiche, la cybersicurezza, l’energia e la capacità produttiva dell’industria della difesa. Dopo la Dichiarazione dell’Aja, gli Alleati hanno fissato l’obiettivo di destinare entro il 2035 il 5% del Pil alla sicurezza: almeno il 3,5% per la difesa tradizionale e fino all’1,5% per infrastrutture, innovazione e resilienza. Anche gli investimenti a favore della difesa ucraina potranno essere conteggiati nella spesa nazionale.
Per il segretario generale Mark Rutte la sfida non è più convincere gli alleati a spendere di più, ma dimostrare di saper produrre di più e più velocemente. Il vertice di Ankara avrà infatti un forte carattere industriale: il forum della difesa riunirà governi e aziende per discutere di munizioni, missili, droni, difesa aerea, logistica e interoperabilità. Il rischio, sottolineano diverse fonti alleate, è che l’Europa continui a spendere complessivamente più della Russia senza riuscire a tradurre questi investimenti in una forza militare realmente efficace, a causa della frammentazione produttiva e delle duplicazioni nazionali.
Al centro del summit rimane il sostegno all’Ucraina, che viene ormai considerata parte integrante della sicurezza euro-atlantica. La Nato punta a garantire 70 miliardi di euro di aiuti militari nel 2026 e almeno lo stesso livello nel 2027. Kiev, però, non chiede soltanto nuovi sistemi d’arma: punta a rafforzare la propria industria della difesa, sviluppando capacità produttive condivise con gli alleati. Emblematico il dossier dei missili Patriot, con nuovi investimenti europei e accordi industriali destinati ad aumentare la produzione di intercettori. Parallelamente, il conflitto in Medio Oriente, la crisi nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso e lungo le principali rotte commerciali rendono ancora più evidente il legame tra sicurezza militare, energia e stabilità economica.
L’Italia si presenterà ad Ankara sostenendo una visione ampia della sicurezza. Dopo il confronto tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i ministri competenti, Roma rivendica una spesa complessiva pari al 2,8% del Pil, comprendendo difesa, cybersicurezza, infrastrutture, energia e resilienza. La strategia italiana punta a tenere insieme il fianco Est, con il sostegno all’Ucraina e la presenza nei Paesi dell’Alleanza, e il fianco Sud, considerato sempre più strategico per le crisi in Libia, nel Sahel, nel Mediterraneo e nel Mar Rosso. Secondo questa impostazione, la protezione di porti, cavi sottomarini, reti energetiche e infrastrutture digitali è parte integrante della difesa nazionale.
Il vertice sarà anche l’occasione per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan di riaffermare il ruolo centrale della Turchia all’interno dell’Alleanza. Ankara punta a rafforzare la propria industria della difesa e a ottenere un maggiore coinvolgimento nelle iniziative europee sulla sicurezza, facendo leva sulla propria posizione strategica tra Mediterraneo, Mar Nero e Medio Oriente. La domanda che accompagnerà il summit resta però una sola: quale Nato uscirà da Ankara? Un’Alleanza limitata a rispettare nuovi obiettivi di spesa o una struttura realmente capace di condividere responsabilità, rafforzare la produzione militare e affrontare in modo coordinato le sfide che vanno dall’Ucraina al Mediterraneo? Da questa risposta dipenderà il futuro della “Nato 3.0”.

