Trump e Zelensky, come è cambiato nel tempo il loro rapporto
La prima volta resta impressa nella memoria di tutti. “Non hai le carte”, disse Donald Trump a Volodymyr Zelensky il 28 febbraio, durante un incontro alla Casa Bianca trasmesso in diretta nazionale. Più che un vertice, fu uno scontro frontale, una prova di forza senza mediazioni.

A fare da contorno, anche i commenti sarcastici sull’aspetto del presidente ucraino, che contribuirono a irrigidire ulteriormente il clima. “Rottura dei rapporti irreparabile”, fu la valutazione di un funzionario americano rimasto anonimo, che in quel momento sembrò la sintesi più lucida di una frattura ormai evidente.
Erano giorni ancora più bui di quelli attuali. L’Ucraina si trovava in forte difficoltà, anche per la perdita di supporto informativo e di intelligence, con i cieli sempre più esposti. Intanto la stampa internazionale si riempiva di analisi su una possibile accelerazione dell’offensiva russa e sul rischio di un cedimento del fronte da un momento all’altro.
Si rividero il 26 aprile ai funerali di papa Francesco: un incontro rapido, accompagnato da una fotografia che, a prima vista, avrebbe potuto assumere un valore storico. Il “vecchio e il giovane”, questa volta entrambi in abito formale, seduti su due sedie al centro di San Pietro, piegati l’uno verso l’altro in un dialogo fitto e ravvicinato.

Un’immagine che avrebbe potuto segnare una svolta, se non fosse che la nota imprevedibilità di Donald Trump induceva a letture più caute, ridimensionando le aspettative a un semplice stallo diplomatico. Nel frattempo, sul campo, la guerra continuava con il suo andamento intermittente: da una parte Vladimir Putin annunciava la consueta tregua pasquale, dall’altra proseguivano i bombardamenti su Kiev, con il bilancio di 12 morti e circa un centinaio di feriti.
Successivamente, il 25 giugno all’Aia, al termine del vertice Nato, un nuovo faccia a faccia: “un incontro lungo e sostanziale” secondo Volodymyr Zelensky, che “non avrebbe potuto andare meglio” secondo Trump. Dichiarazioni che lasciavano intravedere un possibile riavvicinamento, poi ulteriormente alimentato in agosto, quando Trump accolse con tutti gli onori il presidente russo ad Anchorage, arrivando a ipotizzare un’intesa diretta per chiudere rapidamente il conflitto. Ora invece il nuovo incontro al vertice G7 a Evian.
Secondo le ricostruzioni, il negoziato maturato lontano da Kiev avrebbe previsto anche la cessione di parte del Donbass ancora sotto controllo ucraino. Attorno a Trump e Zelensky, però, lo scenario appare oggi diverso: il fronte è sostanzialmente congelato, i progressi minimi da entrambe le parti, e il presidente ucraino sembra disporre di margini negoziali più solidi rispetto al passato.
Il vero asso nella manica di Zelensky
Il vero elemento vincente è la superiorità tecnologica dei droni ucraini, capaci di trasferire il conflitto in territorio russo e di colpire i centri simbolici che il Cremlino voleva preservare. Lo dimostra il recente rogo alla raffineria di Mosca, da cui dipendono i tre scali aerei della capitale. Anche per questo, il nuovo vertice di Evian, guidato da un’Europa decisa a contare di più, potrebbe assumere un valore profondo. La prudenza è d’obbligo viste le oscillazioni di Trump, ma se il presidente USA si convincesse di una mediazione “alla coreana” (un congelamento del fronte caldeggiato da tre anni), si tratterebbe di un ritorno alla ragionevolezza e di una svolta.
Mosca, tuttavia, non crede alla pace né all’affidabilità di Trump: l’illusione di vincere per via diplomatica e non militare è svanita da tempo. “Come prevedibile, il presidente Usa ha deciso di tornare sulla questione ucraina”, osserva il Moskovskij Komsomolets, voce vicina al potere. “Tuttavia, nonostante la retorica pacifista nell’ambito mediatico, secondo il piano della Casa Bianca potrebbe persistere solo l’illusione di un progresso sulla via della pace: agli elettori americani basterà anche questo“.
Bogdan Bezpalko, del Consiglio per le relazioni interetniche del Cremlino, sottolinea che nel suo secondo mandato Trump ha già parlato così tanto e in modo inappropriato che “basterebbe per scrivere diversi libri”. Secondo il politologo, il conflitto “si concluderà davvero per ragioni più oggettive“, cioè sul campo di battaglia. “Allora la Russia potrà dire a pieno titolo: Abbiamo spazzato tutta questa feccia, abbiamo liberato il Donbass, abbiamo vinto. Trump dirà invece quanto lui stesso sia stato straordinario, mentre gli europei si inventeranno che sono stati loro a costringere Mosca a farla finita, e l’Ucraina griderà a gran voce di aver inflitto un danno irreparabile alla Russia. Probabilmente, andrà proprio così”.

