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Esteri
Dopo 70 anni di pace, in Europa si è dimenticato cos’è la guerra

UN PROBLEMA INSOLUBILE RISOLTO DA SEMPRE

Un articolo comparso su “la Repubblica”(1) ci insegna che la guerra tradizionale è morta. L’ultima è stata la conquista dell’Iraq, nel 2003. Ma proprio quella guerra ci ha mostrato che i problemi, invece di finire con la vittoria, con essa  cominciano. Perché alla guerra segue la guerriglia, le battaglie tradizionali, in campagna, sono sostituite dagli attentati nelle città e lo scontro ha luogo dovunque – come attualmente a Mosul – casa per casa. Il nemico si fa scudo della popolazione civile, dissemina il percorso di trappole e mine, e rende costosa e penosa qualunque avanzata. Il ragionamento sembra ineccepibile, perché fondato sull’evidenza dell’attualità ma, per quanto riguarda la conquista delle città, è del tutto sbagliato.

Chi muove guerra lo fa per costringere l’avversario a fare o subire qualcosa. Scopo che si ottiene uccidendolo o comunque infliggendogli tali sofferenze da indurlo a preferire la resa. In queste condizioni, il problema posto da Beevor non ha senso. Se, all’interno di una città, i nemici sono in piccolissimo numero, l’operazione di rastrellamento sarà di competenza di alcuni reparti a ciò addestrati. Se invece il numero dei nemici è tale da impedire o quasi la conquista della città con procedure normali, e comunque a prezzo di gravi perdite e di operazioni che durano molto tempo, il sistema giusto ridiviene quello antico: si circonda la città, si tagliano le forniture di viveri, di acqua, e di elettricità, e si aspetta. Nessuna popolazione è sopravvissuta per più di qualche giorno, senz’acqua. Anzi, nei castelli c’erano di solito grandi riserve d’acqua per una piccola popolazione, nelle città attuali la popolazione è immensa e le riserve d’acqua sono insignificanti.

Naturalmente qualcuno – che non ha saputo nulla degli assedi – dirà che in questo modo si rischia di far morire tutta la popolazione. Senza capire che appunto, trattandosi di nemici, l’obiezione non vale nulla.  La morte del nemico, s’è già detto, è il primo modo di ottenere la vittoria. Quando Cesare assediò Alesia, la sua intenzione fu proprio quella di obbligare i Galli ad arrendersi, a costo di far morire l’intera città di fame. Né cambiò tattica quando gli assediati inviarono fuori dalle loro fortificazioni donne e bambini, nella speranza che i romani li nutrissero, e in modo che per i guerrieri rimasti a difendere Alesia ci fossero maggiori risorse. Il loro calcolo spietato si rivelò vano. Cesare non soccorse la popolazione civile (che morì di stenti) e Alesia dovette lo stesso cadere. Se poi Beevor pensasse che Cesare non sapeva come si fa la guerra, gli direi che siamo di parere diverso.

A Beevor bisogna tuttavia riconoscere che il problema può essere reso molto più complicato dal fatto che il nemico occupi una nostra città, e la popolazione che minacceremmo di morte sia composta di nostri connazionali. Ovviamente la nostra libertà di manovra ne sarebbe di molto diminuita. Ma si potrebbero comunque tagliare totalmente le forniture di carburante e di elettricità. La popolazione sopravvive (male) anche senza energia, mentre un esercito moderno, senza di essa, è alla disperazione. È incredibile la quantità di cose che ne dipende: le armi pesanti, le comunicazioni, la visibilità notturna, tutto. Senza energia, un esercito dispone solo dei fucili e di notte è cieco. Non si potrebbero neppure ricaricare i telefonini. In meno di una settimana si ricade all’età della pietra, mentre l’esercito attaccante dispone di tutti i vantaggi della modernità. La tecnica dell’assedio è eternamente valida.

Come si vede, contro un nemico più debole la difficoltà non è mai quella di vincere la guerra, ma quella – se è possibile - di impedire il massacro dei civili. Gli americani, apprestandosi ad invadere il Giappone, si trovarono di fronte esattamente questo problema. Temendo di rifare l’esperienza di Okinawa (e dunque di dover pagare la vittoria con la morte di molte decine di migliaia di fanti) preferirono far capire a Tokyo che rischiava la sua intera popolazione senza per questo riuscire ad opporre una valida resistenza. Il messaggio richiese la morte in due soli colpi di circa duecentomila persone, ma il prezzo fu modico, a paragone del numero di americani e soprattutto di giapponesi che sarebbero morti in una guerra per conquistare metro per metro l’arcipelago.

La guerra, avrebbe detto Lenin, “non è un pranzo di gala”. Ma dopo settant’anni di pace, in Europa si è dimenticato che cos’è. In guerra si uccide. E chi uccide di più vince. George Patton, col suo linguaggio spiccio, insegnava ai suoi soldati: “Voi non siete qui per morire per la vostra patria, voi siete qui per far sì che quel figlio di puttana del vostro nemico muoia per la sua”.

Si può sperare che la nozione della guerra rimanga confinata nei libri di storia, ma si deve anche sperare che gli ignoranti non siano costretti a riapprenderla per esperienza e a loro spese.

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