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Esteri

Di Valeria Talbot per l'Ispi

“Una vergogna per l'Islam e il mondo arabo”. Con queste parole il presidente turco Abdullah Gul ha condannato la sanguinosa repressione perpetrata dalle forze armate egiziane nei confronti delle migliaia di Fratelli musulmani che manifestavano a favore del deposto presidente Mohammed Morsi. Nell'ultimo mese e mezzo quella di Ankara è stata una voce fuori dal coro nel panorama internazionale. Al contrario dei governi occidentali, infatti, il primo ministro turco Erdogan non ha esitato a definire la deposizione di Morsi da parte dei militari lo scorso 3 luglio come un vero e proprio golpe. Se le caratteristiche del colpo di stato nel caso egiziano c'erano tutte, non si può negare che le dichiarazioni di Erdogan siano state fatte anche con un occhio rivolto alla contingenza politica in Turchia – paese che nel corso della sua storia repubblicana ha conosciuto quattro colpi di stato militari – e in particolare alle manifestazioni di protesta interne, sulla scia di Gezi Park, nei confronti dei suoi metodi di governo percepiti sempre più come autoritari da un parte dell'opinione pubblica turca.  

Le critiche turche nei confronti del colpo di mano dei militari e della gestione degli affari interni del nuovo esecutivo egiziano hanno prodotto tensioni nelle relazioni bilaterali, sfociate in questi giorni nel richiamo ad Ankara dell'ambasciatore turco in Egitto e nell'annullamento da parte delle autorità egiziane di una operazione navale congiunta, prevista per il prossimo ottobre, in segno di protesta per quella che viene percepita come un'indebita ingerenza della Turchia nelle questioni interne egiziane. Ma per Ankara – che nel caso di Gezi Park non aveva esitato a parlare di complotto internazionale e  di ingerenze esterne – l'escalation di violenza di questi giorni non è solo un affare egiziano e da qui le esortazioni alla comunità internazionale a non rimanere mero spettatore di fronte al precipitare degli eventi in Egitto. In un contesto mediorientale di crisi – dalla Siria, al Libano, all'Iraq – che direttamente o indirettamente interessa la Turchia, il timore turco è quello di una guerra civile che possa destabilizzare il più popoloso paese arabo (oltre 80 milioni di abitanti) con conseguenze disastrose per l'intera regione.

Negli ultimi due anni la Turchia ha investito molto nella relazione con l'Egitto del dopo Mubarak sia per accrescere la propria influenza politica e penetrazione economica in Nord Africa sia per il ruolo chiave che il paese riveste negli equilibri e nelle questioni regionali. La creazione di un “asse privilegiato” tra Ankara e il Cairo era stata auspicata in occasione del tour nordafricano di Erdogan nel settembre 2011, di cui la tappa egiziana era stata una delle più significative. Da allora i rapporti bilaterali si sono intensificati sia sul piano politico, grazie all'affinità con i Fratelli musulmani, sia sul piano economico: aumento dell'interscambio commerciale, in particolare dell'export turco, e degli investimenti turchi in Egitto. Tra l'altro, proprio per sostenere l'economia egiziana in difficoltà, la Turchia è stata uno dei pochi paesi, insieme alle monarchie Golfo, ad avere allocato nell'ultimo anno un pacchetto di aiuti pari a 2 miliardi di dollari.

Nonostante i forti interessi turchi in Egitto, in questa fase le relazioni bilaterali appaiono fortemente compromesse ed è difficile prevedere come evolveranno. Ma la priorità in questo momento è quella di ristabilire la calma ed evitare il conflitto civile in Egitto. E se la Turchia non è nella posizione per giocare un ruolo da sola – la crisi siriana ne è l'esempio –, la comunità internazionale non può permettersi di rimanere a guardare.
 

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