Iran, tre scenari dopo le midterm: Trump frena Israele o lascia campo libero a Netanyahu?
All’indomani delle elezioni di Midterm, Donald Trump e la sua amministrazione si trovano a dover ricalibrare la strategia in Medio Oriente tra la pressione delle urne e le tensioni mai sopite con Teheran. Da una parte Washington avverte il peso di un elettorato stanco dei conflitti e il rischio di restare bloccata nel canale strategico di Hormuz, dall’altra la Repubblica Islamica continua a rappresentare un nodo cruciale che gli Stati Uniti non possono permettersi di ignorare.
Ma dietro la retorica del presidente si muovono le dinamiche più profonde degli apparati americani e le mosse di un alleato fondamentale come Israele. La Casa Bianca cercherà un accordo diplomatico last-minute con l’Iran prima dell’insediamento del nuovo Congresso o sceglierà la strada delle armi? Quali sono le reali priorità del Pentagono in questa fase? E soprattutto, fino a che punto Israele può muoversi in autonomia senza il via libera di Washington?
A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza il dilemma di Trump tra la tentazione delle armi e la necessità di un accordo.
Prima delle midterm Trump aveva lasciato aperta la porta a nuovi bombardamenti in Iran. Dopo la sconfitta, è più probabile che cerchi un accordo o che ordini un attacco per dimostrare a Teheran che il voto non gli ha legato le mani?
Partiamo dalla necessaria premessa che il presidente degli Stati Uniti non può decidere unilateralmente, da imperatore, attacchi e azioni militari in ogni angolo del mondo. Sono invece gli apparati, in primis Pentagono e dipartimento di Stato, con la Cia per ora in posizione defilata, a determinare le mosse a seconda delle necessità tattiche o strategiche dettate dalle circostanze, chiunque sieda nello Studio Ovale, cui spetta il consueto compito di intestarsi meriti e demeriti. Per qualsiasi Stato o impero le condizioni migliori si ottengono, dove possibile, attraverso un accordo diplomatico, col minore dispendio di risorse umane e materiali.
Laddove il dialogo non basti, tutte le potenze ricorrono sistematicamente alla leva bellica. Di certo le elezioni di medio termine hanno messo a nudo la stanchezza di una parte dell’elettorato, acuita dall’ennesimo conflitto in Medio Oriente. Le memorie dell’Iraq e dell’Afghanistan, dove gli statunitensi scoprirono a proprie spese che il resto del mondo non intendeva lasciarsi americanizzare, hanno lasciato un vuoto nella popolazione.
Non a caso lo stesso vicepresidente James Vance, vicino alle posizioni più «isolazioniste», ha detto apertamente che la guerra è stata la causa della disfatta elettorale. Di qui, al di là delle solite boutade della Casa Bianca, la questione di Hormuz dovrà essere risolta manu militari oppure per via diplomatica, con concessioni alla Repubblica islamica, finora vincitrice strategica, pena la perdita di uno degli stretti su cui poggia la globalizzazione americana.
Da qui a gennaio, prima che si insedi il Congresso a maggioranza democratica, quale obiettivo militare o diplomatico avrebbe interesse a raggiungere Trump in queste settimane?
Senza dubbio, per l’amministrazione americana, raggiungere un risultato concreto e positivo entro il 3 gennaio, giorno dell’insediamento del nuovo Congresso, servirebbe a recuperare consenso e a non restare impantanata in diatribe sull’approvazione dei bilanci. In concreto gli obiettivi sono chiudere o congelare la questione ucraina prima della fine dell’inverno, riprendere il controllo di Hormuz ed evitare una sconfitta strategica in Medio Oriente.
Sul voto ha pesato soprattutto il fronte mediorientale, cui si è sommata la crescente insofferenza trasversale dei giovani verso lo Stato ebraico. Non a caso la bozza d’intesa discussa sotto mediazione qatariota prevederebbe la revoca del blocco navale e lo sblocco di una parte dei fondi congelati. In cambio Teheran aprirebbe i siti bombardati agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Qualora la trattativa si incagliasse, il bersaglio sarebbe il sito nucleare sotterraneo di Kuh-e Kolang Gaz La, dove, secondo le indiscrezioni filtrate dai servizi d’intelligence, potrebbe trovarsi parte dell’uranio arricchito trasferito e messo al riparo dagli attacchi precedenti.
Ammettiamo che Trump scelga di trattare. Se Israele decidesse di colpire di nuovo l’Iran per conto proprio, Washington sarebbe disposta a restare fuori? Quali scenari prospetta?
Israele dipende dalle forniture militari americane, oltre che dai cospicui finanziamenti. La stessa protezione di Washington resta, ad oggi, indispensabile alla sopravvivenza dello Stato ebraico nella regione. Gerusalemme è certo in grado di colpire da sola i propri obiettivi, ma per natura demografica e capacità produttiva non può sostenere una campagna prolungata e su larga scala senza munizioni, rifornimenti e difesa antimissile.
A giugno Trump ha avvertito Netanyahu che il suo paese rischiava di restare solo contro la Repubblica islamica, e nel giro di poche ore l’operazione è stata sospesa. All’inizio di ottobre la Casa Bianca ha bloccato un attacco israeliano programmato prima delle elezioni. Per Washington restare in disparte sarebbe comunque un’illusione, giacché la teocrazia risponderebbe colpendo anche le basi statunitensi e il traffico nel Golfo, come già avvenuto in questi mesi.
Di qui tre scenari. Il primo è il freno imposto da Washington, come a giugno e a ottobre, con Israele confinato al fronte libanese e alle altre operazioni in corso. Il secondo è un colpo israeliano circoscritto e tollerato in silenzio. Gli Stati Uniti difenderebbero l’alleato dalla rappresaglia senza partecipare all’azione e userebbero l’attacco come leva su Teheran per stringere i tempi della trattativa. Il terzo è un’offensiva ampia, pensata per far saltare l’intesa ma controproducente sul lungo periodo per entrambi gli alleati. Su alcuni punti i loro interessi divergono, e gli americani, tanto più dopo il segnale giunto dalle urne, non intendono farsi trascinare in una campagna su larga scala che sottrarrebbe ulteriori risorse al teatro che conta davvero, l’Indo-Pacifico. Senza però, mai dimenticare l’irrazionalità degli esseri umani.
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