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Esteri

La conquista di Chisimaio nel settembre 2012 da parte del contingente internazionale a sostegno del Governo di Mogadiscio ha innescato una serie di dinamiche che, paradossalmente, potrebbero destabilizzare l’Africa orientale, rendendola una porta aperta nell’arco di tensione che unisce l’Asia al Sahel, un corridoio privilegiato del jihadismo compreso idealmente tra i territori di al-Shabaab, Boko Haram e della galassia dell’Islam combattente sahelo-sahariano.

Sconfitti militarmente, infatti, gli islamisti somali furono costretti alla ritirata in aree rurali e semidesertiche al confine con Kenya ed Etiopia, nelle quali, secondo i vertici kenioti e di AMISOM, una loro riorganizzazione sarebbe stata difficile, sia per il territorio geomorfologicamente impervio, sia per la tradizionale diffidenza della popolazione locale. La valutazione del contingente internazionale, condizionata dalla volontà di affermare prioritariamente il controllo di Chisimaio, si è dimostrata pragmatica, ma errata già nel breve periodo: a fronte di alcuni miliziani di al-Shabaab che sono riusciti a ricreare cellule operative, altri hanno mutato obiettivi e modus operandi, rifugiandosi soprattutto in Etiopia, Kenya, Uganda e Tanzania.

La distinzione tra i combattenti rimasti in patria e quelli trasferitisi all’estero è fondamentale, poiché i primi stanno continuando la resistenza contro il Governo di Mogadiscio, mentre i secondi si stanno assestando nel resto dell’Africa orientale, abbandonando l’ottica nazionalistica tipica del jihadismo somalo per costituire una rete di livello regionale. La diaspora di al-Shabaab, con forti basi nell’Ogaden etiope e nelle Province Nordorientali keniote, cioè due aree la cui popolazione è per gran parte composta da musulmani d’etnia somala, sono contesti ideali per la costruzione di legami che incrementeranno notevolmente la minaccia alla stabilità dell’Africa orientale. Oltretutto, gli uomini di al-Shabaab possono adesso contare realmente sul sostegno di al-Qaeda, nella quale il gruppo è inserito dal febbraio 2012.

L’ampliamento degli obiettivi di al-Shabaab in ottica regionale è del tutto funzionale al progetto di al-Zawahiri, per il quale l’Africa è la nuova frontiera del jihad, con paesi come la Nigeria destinati a divenire il cuore pulsante della rinascita musulmana. La rete somala consente da un lato di porre sotto costante pressione gli attori del Corno d’Africa, dall’altro di garantire una porta d’accesso dall’Asia al continente nero a ridosso delle regioni centrali, caratterizzate da instabilità politica e vuoti di potere. Lo scopo è realizzare un coordinamento stabile tra i maggiori gruppi jihadisti africani, un vasto triangolo che abbia per vertici, oltre ad al-Shabaab, anche Boko Haram e le formazioni sahelo-sahariane.

In questo senso, pur non essendo all’interno di al-Qaeda, ad avere un’importanza strategica fondamentale è Boko Haram, tanto che alcuni suoi elementi sono stati individuati sia in campi d’addestramento in Somalia, sia in combattimento in Mali al fianco di AQIM e del MUJAO. L’organizzazione nigeriana opera per la sconfitta dello Stato e il raggiungimento della totale anarchia violenta, situazioni preliminari all’imposizione della legge shariatica. Il modus operandi di Boko Haram ha subìto un’evidente trasformazione negli ultimi anni, assumendo connotati ideologici simili a quelli dei talebani, impiegando tattiche di origine afghana, ma probabilmente apprese in Somalia, e migliorando in efficienza e pervasività politica. Per di più, Boko Haram sta aumentando il numero dei propri sostenitori anche all’estero, richiamando toni sempre più simili alla propaganda di al-Qaeda riguardo alla necessità di distruggere innanzitutto gli ordinamenti statali di origine occidentale. Recentemente potrebbe aver espanso il raggio d’azione permanente anche in Camerun e Niger, sebbene non sia ancora chiaro se ad agire fuori dalla Nigeria siano membri effettivi del gruppo o miliziani di formazioni affini. Il rischio reale – e la comunità internazionale è del tutto impreparata ad affrontare la minaccia – è che il modello Boko Haram possa espandersi in Africa occidentale laddove esistano situazioni analoghe a quella nigeriana, ossia in paesi con conflitti etnici interni, rilevanti infiltrazioni estremistiche nelle comunità musulmane, difficoltà economiche e istituzioni deboli: un profilo molto simile, con le rispettive differenze, a Burkina Faso, Camerun, Niger e allo stesso Senegal. In sostanza, la percezione è che Boko Haram possa divenire una sorta di al-Qaeda africana.

Il punto d’arrivo del corridoio del jihadismo nel continente nero è il Sahel, regione che attualmente è il fronte principale della lotta europea al terrorismo, sia per gli interessi economici di alcuni membri dell’UE, sia perché dalla stabilità dell’area dipenderà già nel breve periodo la sicurezza dell’intero Mediterraneo e il controllo dei flussi migratori. Il Sahel, però, è anche il campo di battaglia primario per l’Islam combattente africano, con reduci di altri teatri jihadisti impegnati direttamente contro una potenza occidentale (la Francia) fortemente avversata per il suo spirito laicista e il passato coloniale. Nel Sahel i protagonisti sono soprattutto AQIM e il MUJAO, gruppi che hanno tratto un vantaggio netto dalla caduta di Gheddafi e dalle “Primavere arabe”, nelle quali sono riemerse formalmente profonde istanze islamiste. A preoccupare, inoltre, è la trasformazione in senso delinquenziale che stanno affrontando queste organizzazioni, restando in bilico sulla sottile linea tra banditismo e terrorismo al fine di recuperare fondi per il jihad tramite contrabbando, traffico di droga e rapimenti.

Tuttavia, di fronte al rinsaldarsi dell’arco di tensione tra lo Yemen e il Sahel, la comunità internazionale sembra inerme, quando non del tutto preda di una sindrome da sottovalutazione della capacità di coordinamento tra gli attori del terrorismo islamico africano. L’attenzione è rivolta costantemente al fronte asiatico, tutt’al più – solo negli ultimi tempi – al Sahel occidentale. La priorità, però, in particolar modo per l’Europa, dovrebbe essere la stabilizzazione delle regioni centro-africane e il contrasto alle reti jihadiste nel continente nero: provocatoriamente, si dovrebbe cominciare a ragionare come se la guerra contro il terrorismo in Asia fosse terminata e quella in Africa potesse essere persa da un momento all’altro.

Il corridoio jihadista è un caso teorico in via di realizzazione, poiché tra i vari gruppi la cooperazione è parziale, non formalizzata e condizionata dalle reciproche diffidenze, ma è uno scenario che potrebbe verificarsi già nel breve periodo, considerato che un combattente proveniente dallo Yemen potrebbe sbarcare in Somalia e raggiungere il Mali traversando aree prive di controllo, quali la Repubblica centrafricana o le regioni orientali della Repubblica democratica del Congo. La comunità internazionale, inoltre, dovrebbe tenere presente che, secondo al-Zawahiri, spetta ai musulmani d’Africa il compito di insorgere e sostenere il maggiore sforzo nel jihad globale. La sconfitta di al-Shabaab è stata puramente militare e limitata alla Somalia; Boko Haram amplierà il proprio raggio d’azione contando sulla connivenza dei potentati locali e su un’ideologia accattivante; i miliziani sahelo-sahariani potranno sfruttare la permeabilità delle frontiere tracciate nel deserto: un eventuale collasso dello scacchiere africano avrà dirette ripercussioni sulla stabilità e la sicurezza europee.

Beniamino Franceschini, dottore magistrale in Studi Internazionali e analista politico dell’Africa subsahariana presso Il Caffè Geopolitico. L’articolo è stato pubblicato in versione completa su Caffè Geopolitico

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