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Esteri
Hong Kong: proteste e 370 arresti. Stress test nel confronto Usa-Cina

Il mese di luglio dell'anno 1997 si apriva con la conclusione della cerimonia di restituzione di Hong Kong alla Cina da parte del Regno Unito, che ne aveva preso possesso durante i tempi del colonialismo (o, per la Cina, secolo dell'umiliazione).

Il mese di luglio dell'anno 2020 si apre con 370 arresti per le proteste contro la legge sulla sicurezza nazionale approvata dal governo di Pechino e firmata dal presidente Xi Jinping in conclusione dei lavori del Comitato permanente della 13esima Assemblea nazionale del popolo. 23 anni vissuti intensamente e, soprattutto l'ultimo, pericolosamente. Mentre il mese di giugno del 1997 diventava luglio, l'ultimo governatore britannico Chris Patten diceva: "Ora sarà il popolo di Hong Kong a governare Hong Kong. Questa è la promessa. Questo è il suo inevitabile destino". 23 anni di sviluppo sotto il cappello di quel principio "un paese, due sistemi" che si è mantenuto a lungo su un originale equilibrio.

Equilibrio che ora, al di là di valutazioni e giudizi, viene meno. Mentre il mese di giugno del 2020 diventava luglio, i cittadini di Hong Kong sono di fatto sottoposti al sistema giuridico della Repubblica Popolare. Da qui lo scioglimento di Demosisto, da qui le proteste che hanno portato agli arresti di cui sopra. Secondo quanto comunicato dalla polizia locale, sono dieci (sei uomini e quattro donne) le persone a essere finite in manette per reati punibili dalla nuova legge, che prevede per i casi più gravi di "sedizione" anche l'ergastolo. La polizia ha utilizzato spray urticanti, proiettili di gomma, lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere la folla. Scene che ci eravamo abituati a vedere prima dell'arrivo della pandemia da coronavirus. Sette gli agenti feriti, di cui uno in modo apparentemente serio.

C'è chi sostiene che Pechino abbia voluto mostrare i muscoli approfittando proprio del Covid, così come starebbe facendo anche ad altre latitudini del quadrante asiatico, da Taiwan all'India. C'è invece chi sostiene che questa non sia altro che l'inevitabile epilogo delle proteste di massa cominciate poco più di un anno fa nell'ex colonia britannica. Fatto sta che il governo cinese non ha ceduto di fronte alle ripercussioni minacciate dagli Stati Uniti e dalle critiche arrivate dal Giappone e da diversi stati europei, Regno Unito in primis, con Londra che sostiene che Pechino ha "disatteso" gli accordi presi a suo tempo da Margaret Thatcher e Deng Xiaoping e parla di "grave violazione degli accordi".

La Cina sostiene invece che la nuova legge, non retroattiva, abbia lo scopo di tutelare "la maggioranza" di cittadini di Hong Kong che non sostiene le proteste e gli interessi delle imprese locali, cinesi o straniere, che operano nella città.

Xi è convinto che Donald Trump non abbia armi in mano sul tema di Hong Kong. Finora si è parlato di sanzioni e blocco dei visti ai funzionari (che comunque avrebbero difficilmente viaggiato negli Usa, soprattutto in tempi pandemici). La possibile revoca dello status di Hong Kong da parte di Washington colpirebbe anche gli interessi delle tante aziende americane presenti nell'ex colonia. Senza contare che la bilancia commerciale tra Usa e Hong Kong pende decisamente dalla prima parte, con un surplus notevole e che è aumentato nel corso dell'ultimo decennio.

Bisognerà vedere, al di là della retorica, che cosa faranno davvero gli Usa. Sarà un segnale importante per provare a capire, fatte le dovute (importanti) differenze, che cosa potrebbe succedere su Taiwan. Non a caso, nel frattempo, Taipei si è mostrata molto assertiva sul tema Hong Kong e ha aperto un ufficio dedicato al tema dei richiedenti asilo. Lo status quo cambia a Hong Kong, potrebbe un giorno cambiare (in un senso o nell'altro) anche a Taiwan.

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