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Esteri
“I giovani palestinesi indottrinati all'odio”. Storia di Naor, accoltellato mentre comprava caramelle

Di Naor Gilon, ambasciatore di Israele in Italia

Lunedi scorso Naor, 13 anni appena, è salito sulla sua bici per andare a comprare delle caramelle. Per non spaventare la mamma, come farebbero tanti suoi coetanei, ha detto che sarebbe tornato a casa in 5 minuti. Cosi non è stato: Naor, infatti, è stato brutalmente attaccato alle spalle e colpito quindici volte con un coltello. Lui, cosi come la maggior parte delle altre vittime, non avrebbe mai pensato che l’assalitore avesse la sua stessa età.

La maggior parte degli assalitori nella recente ondata di terrorismo a Gerusalemme, Tel Aviv e altre città israeliane sono giovani palestinesi di età compresa tra i 16 e i 25 anni.  Un dato drammatico che, purtroppo, non sconvolge coloro che ben conoscono il grado di incitamento alla violenza a cui questi giovani sono quotidianamente esposti.

Naor, infatti, non ha rischiato la vita per una rissa a scuola, ma a causa di un’ideologia fondata sull’odio e sostenuta da un ambiente in cui il valore della coesistenza è ripetutamente sopraffatto dalla violenza.

Molto spesso, erroneamente, si tende a credere che questa nuova ondata di terrorismo sia causata dallo stallo nel processo di pace, dalla frustrazione per le precarie condizioni economiche o anche dalla rabbia per gli insediamenti o ancora dalla situazione alla Moschea di Al-Aqsa.

Queste affermazioni ignorano l’autentica ragione di questi attacchi: la cultura di odio e l’indottrinamento delle giovani generazioni alla deumanizzazione degli Ebrei. Sin dalla nascita, i bambini palestinesi sono costante bersaglio di una propaganda che promuove odio ed incita alla violenza. I giovani passano le loro giornate a vedere cartoni in stile Disney, che esortano ad uccidere gli Ebrei per poter diventare martiri. Gli studenti nel West Bank seguono un variegato piano di studi, realizzato dall’Autorità Nazionale Palestinese spesso con fondi internazionali, che legittima la violenza indiscriminata. A Gaza – ci sono video che lo dimostrano – i bambini frequentano campi estivi gestiti da Hamas, ove viene loro insegnato ad usare le armi al fine di uccidere gli Ebrei.

Tutto ciò senza contare la campagna di incitamento e disinformazione promossa dagli stessi vertici palestinesi.  Il caso di Naor è emblematico: senza prova alcuna, i media palestinesi hanno sostenuto che il giovane terrorista che ha accoltellato Naor era stato ucciso a sangue freddo dagli israeliani. Una bugia sposata direttamente da Abu Mazen. In poche ore, però, non solamente si è appreso che il giovane palestinese era vivo, ma che era anche in cura presso un ospedale israeliano.

Nelle ultime settimane, Abu Mazen e tutta la leadership palestinese, hanno lavorato assiduamente per raffigurare i terroristi come vittime, godendo spesso della complicità indiretta di media internazionali, autori volontari di titoli ingannevoli e distorti. Scrivere “Palestinese ucciso” come titolo e solo dopo inserire nell’articolo un breve accenno al fatto che questo “palestinese” aveva appena accoltellato un cittadino israeliano rappresenta una grave distorsione. Cosi come scrivere nel titolo “Israele nega l’accesso alla Spianata della Moschea ai palestinesi”, senza menzionare che quel luogo sacro è ripetutamente usato da fanatici come base per lanciare pietre e molotov per colpire gli israeliani, è un giornalismo fazioso e ingannevole.

Il terrorismo, per poter prosperare, ha bisogno di una forte cornice ideologica. I bambini palestinesi meritano un futuro migliore. Il loro destino non dovrebbe essere ostaggio della cultura di odio. Se veramente si intende porre fine alla violenza e veder nascere uno Stato Palestinese, è tempo che la leadership palestinese inizi ad educare i suoi ‘figli’ alla pace, piuttosto che continuare a promuovere costantemente un inutile, quanto doloroso, spargimento di sangue.

 

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