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Esteri
I veri motivi della crisi della UE

In questo momento l’Unione Europea non gode di buona salute ed il motivo non è nei fondamenti e negli statuti ma nel fattuale squilibrio a favore della Germania e nello specifico della cancelliera Merkel che sta da molto tempo agendo specificatamente a favore del suo Paese e a danno degli altri.

Certo, anche Macron su cui si erano concentrate molte “eurosperanze” ha deluso per ora i suoi entusiasti sostenitori italici per via del no all’apertura ai porti per i migranti e questa vicenda ci racconta anche un certo provincialismo politico che alligna nella penisola ma il presidente francese non ha il peso della cancelliera tedesca.

La Germania, come ho scritto pochi giorni fa, ha un surplus commerciale di ben 300 milioni di € che condiziona l’economia mondiale, tra cui gli stessi Usa di Donald Trump che a parole vorrebbe seguire l’esempio della cancelleria tedesca, ma ancora non gli riesce.

Al contrario la cancelliera fa fatti tra cui la chiusura della rotta balcanica dopo l’accordo con la Turchia del dittatore Erdogan.

Ma l’egemonia tedesca insieme ad altri due fattori hanno prodotto il disamore dei popoli europei verso una istituzione che nata dopo la seconda guerra mondiale è riuscita finora ad evitare nuove guerre nel vecchio continente producendo anche stimoli culturali.

I due fattori sono la burocratizzazione delle strutture Ue e l’altro la crisi economica.

Questi due elementi hanno infatti, insieme allo strapotere tedesco, dato benzina ai vari populismi europei che hanno avuto gioco facile ad imporsi su una popolazione impoverita da 10 anni di crisi niente affatto superata nonostante i roboanti (e periodici annunci) che i governi fanno.

Se si vuole dunque che il progetto Europeo continui sulla strada della prima fase iniziata con il Trattato di Roma dello scorso secolo occorre con coraggio intervenire su questi tre elementi critici.

La crisi economica inoltre ha prodotto tramite norme troppo rigide del fiscal compact e del pareggio in Costituzione effetti di impedimento alla crescita economica limitando di fatto il ricorso a quelle politiche keynesiane inevitabili nei momenti di crisi.

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