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Esteri

di Antonella Colonna Vilasi

Per cercare di capire i recenti fatti di Parigi dobbiamo rifarci alla storia ed al ruolo che ha avuto l'ideologia e la leadership nella storia dell'Islam. Nel 1928 Hassan al-Banna fonda i Fratelli Musulmani in Egitto, e da subito l'ideologia si interseca con il conflitto israelo-palestinese considerato, da parte araba, essenzialmente religioso. Terminata la seconda guerra mondiale, la componente più estremista trascina il mondo arabo non solo nel conflitto del 1948 con Israele, ma soprattutto impedisce loro di prendere atto della sconfitta e di rielaborarla politicamente. Da questa componente discende anche la crisi perenne con l’Onu a cui non aderiscono diciotto paesi della Lega Araba su ventitré a seguito della nascita dei due Stati, israeliano e arabo, in Palestina, decretata proprio dall’assemblea delle Nazioni Unite.

Seguono decenni in cui si consumano in pieno tutte le ideologie, e le leadership che a partire dagli anni Venti avevano tentato la strada del laicismo nazionalista, successivamente approfittano della benedizione provvidenziale di “socialisti e progressisti” che l’Urss impartisce loro negli anni Cinquanta. Esempi sono Nasser in Egitto, sfiancato dalla pulsione di “distruggere Israele”, Numeyri in Sudan, Arafat e l’OLP, il Baath in Iraq e Siria, il FLN in Algeria. Intanto, i gruppi islamici ideologicamente estremisti si radicano sempre più, diventano sempre meno marginali: i Fratelli Musulmani si espandono a macchia d’olio; Khomeini conquista il controllo di buona parte della gerarchia sciita; Mawdudi si radica nelle élite pakistane. La svolta matura nel 1979, quando contemporaneamente si verificano due radicali cambiamenti di scena: in Iran crolla sotto i colpi di una rivoluzione di massa guidata da Khomeini il regime dello Scià, mentre in Egitto Sadat rinnega le basi ideologiche del nasserismo, ma anche dell’islamismo fondamentalista “delle origini”, facendo la pace con Begin: scelta tattica che riconosceva in pieno il diritto ad esistere dello Stato di Israele. Contemporaneamente, dunque, irrompono sulla scena dell’Islam due fenomeni sconvolgenti: una rivoluzione popolare che prende il potere, sino ad allora octroyé dalle potenze europee che avevano sconfitto l’Impero turco, e il più grande paese arabo che abbandona la pregiudiziale del rifiuto ideologico e teologico della possibilità degli Ebrei di avere un loro stato in Palestina. Sadat rende omaggio alla Knesseth, gesto sacrilego per tutti i capisaldi culturali antiebraici legati alla “comunità delle origini” e al carattere sacro per l’Islam di Gerusalemme.

La rivoluzione in Iran vince grazie al consenso universale, inedito anche nell’Islam. È una rivoluzione non violenta che letteralmente distrugge il quarto esercito del mondo, che si sfarina durante la repressione sanguinaria di manifestanti che accettano di morire a migliaia, inermi. Da quelle giornate di Teheran del 1978-1979, dunque, il “martirio islamico” assume l’identico rapporto con la rivoluzione islamica che lo sciopero generale ha con la rivoluzione comunista. Così come non c’è rivoluzione comunista, tentata, riuscita o fallita, che non sia legata ad una strategia che si basa sullo sciopero generale, così l’unica rivoluzione islamica vittoriosa, quella iraniana, ha trionfato solo ed esclusivamente grazie ad una strategia basata sul martirio.

Se non si ha presente questo legame, non si comprendono né la storia, né l’essenza del martirio islamico nell’era moderna. Non si coglie la straordinaria mutazione che la concezione del martirio nell’Islam vive dopo il 1979. Soprattutto non si capisce come e perché il martire musulmano, lo shahid, si trasformi all’inizio degli anni Ottanta in un assassino di civili, in un terrorista. Dopo che per secoli era stato, come in tutte le religioni, un “testimone” della fede, cui offre il proprio sacrificio, la propria morte, si trasforma in un suicida-assassino, in una bomba umana che attraverso la propria morte moltiplica per mille la potenza omicida del tritolo che porta addosso.

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