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Esteri

Di Anna Gaudenzi

Il 2014 sarà l’anno del Brasile. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sul Rio, San Paolo, Brasilia a partire da giugno quando inizieranno i Mondiali. C’è entusiasmo, frenesia ma anche preoccupazione. 15 miliardi di investimenti, 120 mila posti di lavoro creati e poi, ancora, la prospettiva delle Olimpiadi tra due anni. Come reagirà il Paese? Sappiamo che l’organizzazione di grandi eventi sportivi richiede un consistente sforzo economico per la costruzione di infrastrutture, impianti, mantenimento della sicurezza. E d’altra parte i benefici per il Paese consistono in una crescita del prestigio del Paese, un aumento del turismo e la possibilità per i cittadini di poter utilizzare le nuove strutture nel lungo periodo. Ma i benefici sono tali da giustificare e superare i costi? Non sempre è stato così. Basti pensare alle Olimpiadi di Atene e a quelle cinesi. La popolazione brasiliana ha già dimostrato, in occasione della Confederations Cup di subire sulla propria pelle le forti contraddizioni che portano i grandi eventi sportivi in un Paese dove le differenze sociali si fanno ancora sentire. A giugno dell’anno scorso in migliaia sono scesi nelle piazze delle grandi metropoli brasiliane per protestare contro gli enormi investimenti fatti dal governo che hanno permesso di creare stadi lasciando però i cittadini senza infrastrutture fondamentali alla vita di tutti i giorni. Antonio Calabrò, Senior Vice President Cultura di Pirelli e autore con Carlo Calabrò di "Bandeirantes - Il Brasile alla conquista dell'economia mondiale" (Laterza), racconta in un’intervista a tutto campo ad Affaritaliani.it come sta andando l’economia Brasiliana e che cosa bisogna aspettarsi dal Brasile nei prossimi anni.

Calabrò Foto in Bicocca IMG
 


Il Brasile nel 2012 e nel 2013 è cresciuto meno rispetto agli anni precedenti. Si deve parlare di fine del miracolo Brasiliano oppure ci troviamo ancora davanti a un Paese emergente?

Emergente è una parola sbagliata. Il Brasile è già emerso, dopo una lunga stagione di stabilità politica e di crescita economica, portata avanti dai presidenti Cardoso, Lula e Dilma Rousseff. Una continuità caratterizzata dalle sinergie tra lotta alla povertà, crescita del mercato interno, promozione di investimenti interni e internazionali. Con una fiducia di fondo sul fatto che il futuro sarebbe stato migliore del difficile presente. Quando Lula fu eletto, non mancarono preoccupazioni tra gli investitori esteri su quel sindacalista di sinistra al vertice del Paese.

Ma Lula rassicurò ben presto sia la società che i mercati, con una politica vincente per la crescita del Paese. Fu pragmatico e accorto. Aiutò il ceto medio a emergere e seguì una ricetta di economia di mercato basata anche sulla promozione di nuovi ceti sociali. Sulla linea tracciata dal predecessore Cardoso, rafforzò i sistemi di aiuto alle famiglie per farle uscire dalla povertà chiedendo, in cambio di un sussidio, di mandare i bambini a scuola e di vaccinarli, di seguire cioè un regolare percorso di istruzione e salute per l’inserimento sociale. Fu una molla di sviluppo fantastica. Il dinamismo del Brasile è inoltre garantito ancora per anni da un bonus demografico: al contrario dell’Italia, il Brasile ha più gente che lavora rispetto ai bambini e agli anziani. Vitalità economica: si produce più ricchezza di quanta non se ne spenda per mantenere i bambini e per le pensioni. Come nell’Italia, nell’Europa degli anni Cinquanta.

E poi ci sono le risorse naturali…

Un grande patrimonio di materie prime per l’agricoltura, l’industria, l’energia. E qualche anno fa si è scoperto che il Brasile ha grossi giacimenti petroliferi, che però sono molto difficili da sfruttare. Si tratta dei cosiddetti giacimenti pre-sàl sottomarini e complicati da raggiungere. Ma il Brasile si sta attrezzando per farlo.

In occasione della Confederations Cup, a giugno di quest'anno, sono scoppiate violente rivolte. Che cosa chiede la gente? Perché protesta?

Il Brasile è un Paese pieno di contraddizioni. Anche se sono diminuite, ci sono ancora molte favelas e c’è gente che vive in estrema povertà. Ma non sono i poveri che protestano. A manifestare è la classe media. Protesta la gente che, proprio grazie alla politica di Lula, è riuscita a uscire dalla povertà e ora manda i figli a scuola, compra oggetti di consumo ed elettrodomestici a rate, ha un posto di lavoro e lo raggiunge usando una moto o un’automobile di proprietà. Queste persone si lamentano dell’eccesso di traffico, dei servizi di trasporto publico scadenti, dell’istruzione inadeguata, della sanità pubblica: sa che la chirurgia estetica funziona eppure rischia ancora di morire di appendicite. Persone che protestano perché, dopo essere diventate consumatori, pretendono giustamente di essere cittadini. Hanno una più chiara coscienza dei propri diritti e vorrebbero che le infrastrutture pubbliche funzionassero. Si tratta di proteste tipiche di un Paese che sta crescendo.

Una situazione opposta a quella italiana dove si protesta perché non si ha più un lavoro…

Le proteste brasiliane sono l’esatto contrario di quelle dei forconi. I forconi bloccano le strade per disperazione, perché le persone avevano e ora non hanno più. Ed è la condizione tipica di un Paese che decresce. In Brasile si manifesta perché si vuole qualcosa di più: sono riusciti a ottenere diritti e ora vogliono le condizioni ottimali per poterli esercitare.

Che cosa distingue il Brasile dagli altri Paesi in via di sviluppo, i cosiddetti Brics?

Rispetto ai Brics il Brasile è l‘unica democrazia vera. La democrazia brasiliana è molto vicina alla nostra. D’altra parte i brasiliani sono figli dell’Europa. Il loro diritto è molto simile al nostro. Tutta la loro cultura è segnata dall’Europa. E poi il Brasile è paese accogliente, è un Paese che non ha conosciuto guerre. Ha abolito per ultimo la schiavitù, all’inizio del Novecento. Ma non ha mai avuto gravi livelli di segregazione razziale. Anche la dittatura militare, negli anni Settanta e Ottanta, è stata meno violenta, sanguinaria rispetto a quella argentina e di altri paesi dell’America Latina

Che possibilità ci sono per gli italiani che decidono di trasferirsi in Brasile?

Ci sono molte possibilità ma, come dice uno dei padri della Bossa Nova, Antonio Carlos “Tom” Jobim, “Il Brasile non è un paese per principianti”. E’ un Paese dalle grandi contraddizioni e dove avviare un’attività può non essere facile. È un Paese dove si fa fatica a spostarsi perché mancano le infrastrutture. E’ un Paese molto nazionalista, dalla forte identità e con una politica economica protezionista, ma non per questo chiuso agli stranieri. E’ un Paese dove mancano molte figure professionali. Per esempio non ci sono abbastanza ingegneri. Se fossi un giovane ingegnere mi trasferirei in Brasile. Ci sono enormi possibilità di carriera. E’ un Paese dove non ci sono abbastanza medici, dove manca la manodopera specializzata. Paese di interessanti opportunità, insomma.

Malgrado queste contraddizioni lei crede che l’Italia e l’Europa continueranno a investire in Brasile?

Nessun paese ha smesso di investire in Brasile. E in particolar modo l’Italia. Ci sono presenze storiche di grandi imprese, da Fiat (il primo produttore di auto del paese, a poca distanza dalla tedesca Volkswagen) a Pirelli (il primo produttore di pneumatici, oltre ottant’anni di vita in Brasile), a Techint (al lavoro per porti e acciaierie), a Prysmian (impegnata in una grande fabbrica per i cavi speciali indispensabili alla ricerca e all’estrazione del petrolio sottomarino del pré-sal), dall’Enel del “green power” all’ENI e alla TIM Brasil e a centinaia di imprese anche medie e piccole. E si muovono altri nuovi protagonisti, perché si percepisce che il Brasile è un paese vitale. Dalle grandi prospettive

@anna_gaudenzi

Tags:
brasilemondiali2014antonio calabròbrics
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