Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Esteri » Il caos geopolitico di Trump tra la crisi di Hormuz e il sorpasso della Cina

Il caos geopolitico di Trump tra la crisi di Hormuz e il sorpasso della Cina

L’analisi di Aspenia: tra l’affondo contro gli alleati e i rischi per le midterm, Washington perde la fiducia globale mentre Xi vince la sfida d’immagine

Il caos geopolitico di Trump tra la crisi di Hormuz e il sorpasso della Cina
Donald Trump e Xi Jinping

L’Iran, l’ombra dell’IA e il declino USA: l’analisi di Aspenia sul nuovo caos globale

Non si può pensare a un mondo più interdipendente di quello nato negli ultimi due anni. La vicenda di Hormuz lo ha dimostrato nella maniera più eclatante: mentre si dava per sepolta la globalizzazione, è bastata qualche settimana di chiusura del piccolo Stretto, per provocare preoccupanti conseguenze globali e trasformare gli equilibri della politica estera, con fulminante velocità.

“E’ eclatante che questa lezione di geopolitica sia stata impartita da uno dei Paesi apparentemente più isolati al mondo, l’Iran” – scrive l’analista di Aspenia Riccardo Pennisi nel suo ultimo editoriale, aggiungendo che altrettanto incredibile è che “nei panni dell’allievo duro di comprendonio ci fosse la dirigenza dello Stato che sull’apertura, lo scambio, la comunicazione ha costruito la propria fortuna storica: gli Stati Uniti”.

Il 2026 scopre un’azione sempre più solitaria da parte di Donald Trump. Non era, però, così scontato che tutta la furia della Casa Bianca fosse scaricata sugli alleati da chi ha vinto le elezioni con lo slogan “America first”. Da quelli ideologicamente lontani come la Spagna o il Brasile – osserva giustamente Pennisi – a quelli storici come il Regno Unito e il Canada, a quelli più vicini, come la Germania e l’Italia, è stata un’escalation di insulti che non ha precedenti, iniziata con Volodymyr Zelensky ed estesa più recentemente al “fratello gemello” di sempre, Benjamin Netanyahu.

La sensazione del caos generale viene probabilmente anche da questo fattore evidente a tutti: avere tentato di essergli amico ha prodotto conseguenze peggiori di essergli avversario. Se ricordiamo la visita in Cina, postura e parole del Presidente degli Stati Uniti sembravano molto più deferenti ed amichevoli che con l’Inghilterra o la Francia. 

Il recente sondaggio mondiale del Pew Research Center in 36 di Paesi di tutti i Continenti, rivela che, ormai è proprio la Cina a riscuotere di gran lunga più fiducia rispetto agli Stati Uniti. Nella seconda metà della presidenza di Joe Biden, la fiducia nei suoi confronti era superiore a quella riposta nel presidente cinese Xi Jinping nella maggior parte dei paesi oggetto dell’indagine, sebbene il gradimento di Biden sia diminuito tantissimo, tra il 2023 e il 2024.   

In Occidente, con le sole eccezioni di Polonia, Ungheria e Israele, Xi Jinping è considerato ben più affidabile di Donald Trump. Opinioni che riflettono un cambiamento radicale di orientamento, soprattutto in considerazione del fatto che il Presidente cinese guida un regime comunista autoritario, ove la restrizione delle libertà individuali è ancora elevata.

L’ultima mossa, in termini comunicativi, del Tycoon contro la Cina è stata l’accusa di aver “truccate” le elezioni americane. Il popolo pare averla presa come l’ennesima boutade, ribaltando le speranze propagandistiche di The Donald a favore di Xi. La crisi in Groenlandia, la guerra in Palestina, il blitz in Venezuela, l’attacco all’ Iran, con annessa ma non realizzata garanzia di imminente caduta del regime sanguinario degli Ayatollah hanno prodotto una dilagante sfiducia nell’opinione pubblica, che, probabilmente si paleserà in maniera evidente, con una sconfitta schiacciante delle elezioni di midterm a novembre.

Laddove Trump dovesse perdere la maggioranza sia al Congresso che al Senato cosa accadrà? Sono talmente tanti e importanti i fronti aperti che gli USA potrebbero trovarsi in grande difficoltà e, per conseguenza, gli stessi alleati europei.

Hormuz è sotto il controllo iraniano. Il prolungamento dei bombardamenti è finalizzato a non ammettere la Caporetto o a migliorare le condizioni della tregua, finora più favorevoli all’Iran? Non è chiaro, ma pone gli USA in una condizione politica, strategica e militare piuttosto imbarazzante davanti al mondo intero.

Aspenia, rivista geopolitica dell’Aspen Institute Italia presieduto dall’on. Giulio Tremonti, sottolinea che il generosissimo “credito concesso a Israele è stato sperperato dal governo Netanyahu per impantanarsi in conflitti in cui di sicuro rimane soltanto lo spaventoso numero di vittime, violazioni e distruzioni prodotte, senza che in cambio ne derivasse l’agognata sicurezza, la certezza dei confini, una credibile strategia sulla questione palestinese. Al punto da dilapidare molto del sostegno che la politica e la società americana avevano sempre concesso più che volentieri ai governi israeliani”.

Sono in sospeso altre macro questioni internazionali: la guerra in Ucraina sembra in una fase di stallo, mentre non ha ancora avuto seguito la propagandata “caduta” di Cuba. Il 96enne Raul Castro pare un osso più duro del previsto. E’, comunque, dall’America Latina che arrivano le poche luci visibili nella notte della Casa Bianca: dall’Argentina di Javier Milei, l’unico alleato con cui non c’è stato finora nessun litigio, alle vittorie elettorali di candidati trumpisti in Cile, Perù e Colombia – mentre il round Brasiliano, a ottobre, vedrà contrapposti il vecchio socialista Lula e il figlio (Flávio) dell’ex presidente trumpiano Jair Bolsonaro, che sta scontando una pena a 27 anni per tentato colpo di stato.

Palantir, la società di Peter Thiel che sviluppa fondamentali programmi di IA, fondata con l’appoggio della CIA e oggi sostenuta soprattutto dagli appalti del Pentagono, seppur al servizio anche di altri Stati, eserciti, polizie e servizi segreti, ha deciso di spostare il suo quartier generale in Argentina. Insieme agli idrocarburi, protagonisti degli scenari di conflitto nei Caraibi, in Ucraina e in Medio Oriente, la tecnologia legata all’intelligenza artificiale è il secondo pilastro della geopolitica dell’America di Trump, che con Thiel e con Musk ha già ampiamente litigato.

Fonti americane dicono che l’intelligenza artificiale potrebbe subire una frenata perché moltissimi cittadini temono massicci licenziamenti. La stessa l’immagine tenebrosa e onnipotente che diversi capi delle imprese tecnologiche danno di loro, appesantiscono il successo sperato nel breve termine. 

Le grandi manifestazioni ambientaliste contro i loro progetti di immenso impatto ambientale hanno certamente prodotto distanze e disaffezione. Anche l’attacco frontale di Prevost con la sua prima lettera enciclica sembrerebbe caricare di veleni l’ aspro scontro politico-religioso tra la Casa Bianca e il Vaticano. Mentre OpenAI o Anthropic devono vedersela con l’incalzante concorrenza cinese, Palantir è sempre più bandita in Germania, Regno Unito, Francia e Spagna, che ne stanno limitando l’operatività, per ragioni di sicurezza e potere.

L’Argentina ha, invece, dato a Thiel completa carta bianca legale e fiscale. “Palantir – scrive il dott. Pennisi – è interessata allo sfruttamento di grandi masse di idrocarburi nascosti nelle profondità della Patagonia, come futuro serbatoio di alimentazione di immensi centri di dati da costruire in quel territorio fresco e disabitato“. Affidare a Palantir la gestione dei dati degli argentini potrebbe avere diverse utilità per Javier Milei, che tra un paio d’anni dovrà giocarsi la rielezione in un clima sociale piuttosto caldo, ma a quale prezzo per la libertà e la privacy? 

L’IA imposta senza regole in quattro e quattr’otto fa sentire molte persone come semplice capitale umano sacrificabile, nelle mani di imprese o macchine per cui la logica del profitto a basso costo è l’ unica preoccupazione. E gli Stati dovranno presto decidere modi e maniere in cui armonizzare la gestione dei servizi pubblici con le pretese delle società tecnologiche private, cui non si possono appaltare le profilazioni degli individui, perché potrebbero essere utilizzati per finalità sconosciute, magari non sempre legittime.

Nel 2027 si voterà in Francia, Italia, Spagna, Polonia e in molti Land tedeschi, passando attraverso campagne elettorali basate su colpi bassi, acrimonia, odio e voglia di scontro frontale. “Sarà un ciclo elettorale che dimostrerà plasticamente l’interdipendenza tra le dinamiche politiche nazionali e un intero pianeta percorso da profonde e numerose novità e riallineamenti” – conclude Aspenia – ove saranno sempre i più fragili a dover sopportare maggiormente il peso dell’incertezza, del conflitto e del costo della vita.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI