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Iran, il generale Rossi: “Trump ha bisogno dell’Europa”. Il dietro le quinte della richiesta del tycoon alla Nato

L’intervista di Affaritaliani al Generale Domenico Rossi, già Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito e Sottosegretario alla Difesa

Iran, il generale Rossi: “Trump ha bisogno dell’Europa”. Il dietro le quinte della richiesta del tycoon alla Nato
Il Generale Domenico Rossi, ex Sottosegretario di Stato al Ministero della difesa

Iran, il generale Rossi: “L’Europa in guerra? No, Trump chiede navi per sminare Hormuz”

Mentre i raid dell’operazione Epic Fury colpiscono i centri nevralgici dei Pasdaran e il prezzo del greggio schizza verso livelli insostenibili, il Medio Oriente scivola sempre più verso una guerra lunga, che rischia di infrangere ogni previsione della Casa Bianca. Non più quattro settimane, ma fino a 100 giorni: è questo il tempo che potrebbe servire a Donald Trump per raggiungere i suoi obiettivi, almeno secondo le indicazioni emerse finora.

Un dato che apre numerosi interrogativi: cosa significa militarmente il prolungamento del conflitto? La resistenza iraniana è più forte del previsto? E ancora: Trump vuole trascinare l’Europa in guerra dopo l’avvertimento sullo stretto di Hormuz?

A fare chiarezza sulle incognite tattiche del conflitto è il generale Domenico Rossi, già sottocapo di Stato maggiore dell’Esercito e sottosegretario alla Difesa, che ad Affaritaliani spiega il reale significato della richiesta americana agli europei: “Gli Stati Uniti non dispongono di navi specializzate nello sminamento rapido, mentre alcuni Paesi europei sì. Si tratta quindi di un’esigenza operativa legata alla sicurezza del transito. Non significa un ingresso automatico in guerra”.

Generale, il Centcom ha chiesto risorse per 100 giorni di guerra, smentendo le “4-6 settimane” indicate da Trump. Militarmente cosa significa? La resistenza iraniana è più forte del previsto o gli USA puntano a un obiettivo più profondo?

“Militarmente significa che il comando interforze americano ha evidentemente valutato che, per colpire tutti gli obiettivi previsti dall’operazione, serva più tempo. Questo può dipendere da entrambe le ipotesi: da un lato una resistenza iraniana più forte del previsto, dall’altro un obiettivo operativo più ampio, oppure da un combinato disposto di entrambe le cose.

La resistenza iraniana, infatti, continua nonostante i bombardamenti che ne hanno ridotto il potenziale. L’Iran riesce ancora a lanciare droni e mantiene una capacità di incidere sulla sicurezza regionale, soprattutto nel contesto dello stretto di Hormuz, dove può influenzare i flussi energetici.

Quanto a un possibile obiettivo più profondo, la richiesta di maggiori risorse potrebbe anche essere collegata a un rafforzamento del dispositivo militare. È previsto, e in parte già in corso, un ulteriore invio di navi, e si è parlato della possibilità di un contingente aggiuntivo di militari americani. Questo potrebbe indicare la preparazione non solo di operazioni aeree o navali, ma anche di un’eventuale operazione limitata di terra.

Tra gli obiettivi terrestri, considerando l’estensione del territorio iraniano, l’unica ipotesi plausibile sarebbe un bersaglio molto circoscritto e strategico, come l’isola di Kharg, che rappresenta un punto vitale per l’export petrolifero iraniano, perché vi transitano la maggior parte delle infrastrutture legate alle esportazioni di greggio” . 

Trump vuole trascinare l’Europa in guerra dopo quell’avvertimento: “Aiutateci ad aprire lo stretto di Hormuz, altrimenti ci saranno conseguenze negative”?

“La dichiarazione del presidente Trump sulle conseguenze negative, in realtà, riguarda soprattutto la Nato più che i singoli Paesi alleati. Non credo si tratti della volontà di trascinare l’Europa in guerra, ma piuttosto di prendere atto di una situazione: lo stretto di Hormuz, per effetto delle mine già depositate, del pericolo rappresentato dai barchini veloci dei Pasdaran e dalla possibilità di lanciare missili dalla costa, presenta oggi un rischio reale che non può essere eliminato in tempi brevi.

Gli Stati Uniti, per esempio, non dispongono di navi specializzate nello sminamento rapido, mentre alcuni Paesi europei sì. La richiesta va quindi letta come esigenza operativa legata alla sicurezza del transito. Non significa un ingresso automatico in guerra: ogni decisione dipende dai singoli Stati e dalle sedi istituzionali europee. In questo momento è in corso un confronto politico e diplomatico, e le eventuali missioni di supporto avrebbero comunque natura difensiva, come quelle già esistenti.

Va ricordato inoltre che lo stretto di Hormuz è strategico non solo per l’Europa ma anche per la Cina, che dipende in larga parte da quel passaggio per le proprie forniture energetiche. La questione quindi ha una dimensione globale”. 

Il blocco dello stretto di Hormuz è uno dei peggiori scenari per il mercato energetico mondiale: militarmente l’Iran può davvero mantenerlo chiuso a lungo contro la potenza navale statunitense?

“Il problema principale sono le mine navali e gli sciami di barchini veloci a disposizione dell’Iran, in particolare del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Si tratta di centinaia di piccole imbarcazioni difficili da intercettare dalle grandi navi da guerra, soprattutto in uno spazio estremamente ristretto: nel punto più stretto lo stretto misura poco più di 30 chilometri.

I tempi di reazione sono molto brevi, e questi barchini devono essere neutralizzati prima che raggiungano le unità navali, perché con costi minimi possono provocare danni enormi.

Per quanto riguarda le mine, lo sminamento può richiedere settimane o mesi, e le operazioni sono complesse perché chi interviene resta esposto al rischio di droni o missili costieri. Non si tratta tanto di impedire per sempre il transito, quanto di creare un livello di rischio tale da rendere il passaggio difficile e instabile.

Le navi commerciali, in particolare le petroliere, non hanno capacità di autodifesa e possono essere protette solo dalla presenza militare di scorta. Tuttavia, garantire una protezione totale in un’area così sensibile resta estremamente complesso”. 

Quanto pesa il fattore geopolitico di Cina e Russia? Potrebbero intervenire indirettamente a sostegno dell’Iran?

“Nella realtà Cina e Russia sono già intervenute. Nei conflitti più recenti non ci troviamo più di fronte a guerre tradizionali, con dichiarazioni formali e nemici chiaramente identificati. Oggi esiste sempre una componente non visibile del conflitto.Dall’analisi strategica e militare di quanto sta accadendo emerge un dato: la potenzialità dell’Iran è cresciuta in modo significativo per due fattori, uno hardware e uno software. In qualsiasi conflitto la necessità fondamentale è sapere dove si trova il nemico.

Questa capacità di individuazione era limitata per l’Iran, ma la tecnologia cinese e russa sembra aver contribuito a colmare questa lacuna. L’Iran potrebbe aver mappato con grande precisione gli obiettivi terrestri e, allo stesso tempo, essere in grado di tracciare le rotte delle navi statunitensi.

Se queste capacità sono effettivamente operative — e alcuni risultati sembrano suggerirlo — è difficile pensare che siano frutto esclusivamente della tecnologia iraniana. È più plausibile che derivino dal supporto esterno: hardware fornito dalla Russia e software di origine cinese”.

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