E c’è anche il Muos, proprio a Niscemi: la città siciliana a rischio per la frana: ecco di cosa si tratta
La guerra in Iran sta coinvolgendo sempre più Paesi a causa degli interessi legati alla difesa del proprio territorio. L’attacco all’Europa, con una base militare britannica mirata dal Teheran a Cipro (ma non colpita), ha fatto suonare il campanello d’allarme. La Spagna ha preso una posizione netta con gli Usa: “No alla guerra e di conseguenza no all’uso delle basi militari spagnole in Andalusia a Trump”. Con tanto di conseguente minaccia di chiudere ogni rapporto commerciale tra Usa e Spagna. Ma l’Italia come reagirebbe a una richiesta esplicita di aiuto da parte degli Stati Uniti? La premier Meloni ha spiegato così la questione in un’intervista a Rtl 102.5.
Per l’uso delle basi militari Usa in Italia il governo si attiene “agli accordi bilaterali“, secondo cui “ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, semplificando, operazioni di non bombardamento. Se poi arrivassero richieste uso basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del governo decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento“.
L’Italia di che cosa dispone?
Due aeroporti militari (Aviano, in Friuli Venezia Giulia, e Sigonella, in Sicilia, al quale si aggiunge anche Ghedi, in Lombardia), due porti
(Napoli e Gaeta), e due basi (Camp Darby, in Toscana, e Camp Ederle, in Veneto). Più – riporta Il Corriere della Sera – una serie di installazioni soprattutto per le comunicazioni sparse sul territorio nazionale, come il Muos (Mobile user objective system) a Niscemi, in Sicilia, finito al centro delle polemiche per il rischio di emissioni nocive. A queste si devono aggiungere un centinaio di presidi minori, e sembra, ma non ci sono conferme, anche una ventina la cui dislocazione è riservata. Gli accordi sull’uso delle basi sono il frutto di trattati bilaterali stipulati fra Italia e Usa nel 1951 e nel 1954, poi rinnovati nel 1995 in base allo “Shell agreement”. Ma Meloni è stata chiara: “Nel caso, deciderà il Parlamento”.

