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Esteri
Pericolo Hamas, Israele è a un bivio. Conflitto armato o 'linea soft?'

Resta alta la tensione in Medio Oriente dopo l'uccisione del ragazzo palestinese a Gerusalemme Est forse per vendetta dopo il ritrovamento dei corpi senza vita dei tre giovani coloni israeliani.

Negli ultimi giorni le forze di sicurezza israeliane hanno condotto più di 30 attacchi aerei nella Striscia di Gaza in risposta al lancio di razzi da parte di Hamas. Inoltre, l'esercito ha mobilitato limitate forze di fanteria e artiglieria intorno al confine con la Striscia e rafforzato il pattugliamento navale lungo la costa. L'intenzione per ora sembra essere quella di dare un chiaro avvertimento ad Hamas: "La quiete sarà accolta con la quiete", ha detto una fonte militare israeliana. Quella in atto in queste ore sarebbe dunque una strategia di "ultimo avviso" ad Hamas per evitare un'ulteriore escalation in linea con quella che sembra essere, per ora, la posizione del governo israeliano.
 
Due molle pronte a scattare, oppure no
 
Secondo Antonio Picasso, giornalista freelance che sta seguendo la vicenda da Israele, non c’è protagonista di questa ennesima crisi che non rischi di essere screditato. Netanyahu potrebbe infatti decidere per un intervento militare a Gaza, contro Hamas intensificando nuovamente un conflitto che da sempre cuoce a fuoco lento. Oppure potrebbe scegliere la strada della "moderazione". Vale a dire dando l'ok a nuovi insediamenti in Cisgiordania, a danno, in questo caso, dell'Anp. Sarebbe anch'essa una provocazione, ma se non altro si eviterebbero morti e feriti. Forse. Il problema è che il via Netanyahu non può darlo finché non sarà chiaro chi abbia ucciso Khdair.
 
Questo infatti è un punto decisivo perché se gli inquirenti dovessero affermare che il giovane palestinese è morto a seguito di un regolamento dei conti interno alla criminalità organizzato, oppure perché omosessuale - due tra le tante ipotesi - c'é il rischio che la piazza palestinese li accusi di aver manipolato il caso in proprio favore, non volendo ammettere che invece Khdair sia stato ucciso da fanatici israeliani. Se invece la morte del palestinese fosse una vendetta ricollegabile al dramma di Hebron, la cosa sarebbe davvero grave. Si tratterebbe di un preoccupante episodio di giustizia sommaria di piazza e indicherebbe che, in seno all'opinione pubblica israeliana - nota per essere spesso più lungimirante dei propri rappresentanti politici - starebbe fermentando un humus di estremismo incontrollabile da parte del governo e ciò scediterebbe Netanyahu agli occhi dei suoi stessi elettori.
 
Del resto non é necessario essere a Gerusalemme per percepire le provocazioni e gli strali vendicativi lanciati sui social network da alcuni membri di Bnei Akiva, movimento sionista di portata mondiale. Forse quella vendetta che per ora una solo una minoranza del paese chiede potrebbe essere un fenomeno isolato ma Haaretz mette in guardia dal non sottovalutare la situazione. E a pensarci bene, la molla israeliana é già inceppata poichè, morto Khdair, a prescindere da qualunque sia stata la causa, un intervento del governo Netanyahu passerebbe come smisurato. agli occhi dei palestinesi quanto dell'occidente.
 
D'altra parte sul versante palestinese nessuno può permettersi di ridere dei problemi in casa del nemico. L'Anp di Abu Mazen conferma la sua caduta libera in termini di gradimento interno, di credibilità diplomatica e soprattutto in qualità di soggetto mediatore nelle crisi e di prevenzione di sequestri di civili innocenti. I morti di Hebron sono di responsabilità dell'Anp, la quale avrebbe dovuto evitare che quei tre giovani venissero rapiti e uccisi. L'Anp si picca di essere una vera e propria forza di governo, con a disposizione un apparato di sicurezza ma è evidente che la macchina dello Stato dell'Anp questa volta - e non solo questa volta - non ha funzionato per nulla.
 
E Hamas? Quella del movimento islamico è la seconda molla pronta a scattare, come pure a rischio di inceppamento. La minaccia di "aprire le porte dell'inferno", come ha detto il portavoce di Hamas, Sami Abu Zurhi, nel caso di guerra da parte di Israele, va presa seriamente. Tante sono le tensioni che si sono accumulate nell'arcipelago dei movimenti e delle milizie palestinesi, che nessuno può prevedere quale sarebbe la reazione a un'operazione "Piombo fuso-Atto Secondo". Tuttavia, Hamas non può lavarsi le mani del sangue di Hebron. Dal momento che millanta di controllare tutti i gruppi armati, milizie, cellule e unità combattenti (e terroristiche) palestinesi, la reazione di Khaled Meshal e compagni è irricevibile. "Noi non lo sapevamo", dicono loro. Ma questo Hamas non può affermarlo. Perché delle due l'una. O controlla tutti, e allora sa che a Hebron c'é qualche agent provocateur che sequestra minorenni israeliani e poi li uccide. Oppure c'é qualche cane sciolto che Hamas non riesce a tenere a bada e che innesca micce di conflitto tra Israele e i Territori.

Le posizioni del governo israeliano
 
Nonostante il premier Benjamin Netanyahu abbia pubblicamente accusato Hamas di essere il mandante, l’esecutivo di Tel Aviv sembra ancora diviso sulle prossime mosse. Dietro la spinta di un’opinione pubblica che si è schierata a sostegno del movimento dei coloni, il ministro degli Esteri, il “falco” Avigdor Lieberman, ha stabilito un preciso collegamento tra i fatti della Cisgiordania e il lancio dei razzi da Gaza. Allo stesso modo, gli altri membri più a destra nella coalizione di governo, tra cui il ministro dell’Economia Naftali Bennett, hanno chiesto al primo ministro risposte più forti nella Striscia. Al contrario, esponenti di governo più moderati, quali il ministro della Difesa Moshe Yaalon, hanno sconsigliato formalmente il premier  di intraprendere un’operazione militare a Gaza, che scatenerebbe una vera e propria guerra con Hamas, e di concentrarsi piuttosto  nelle operazioni di ricerca dei responsabili in Cisgiordania. Netanyahu sembrerebbe propendere per quest’ultima opzione, anche se potrebbe subire le pressioni della sua base elettorale, di destra, che chiede a gran voce un intervento militare contro Hamas su larga scala a Gaza.
 
Alla luce degli ultimi, tragici, sviluppi a Gerusalemme est, la priorità del governo israeliano sembra tuttavia quella di arginare la spirale di scontri e vendette in Cisgiordania, dove tra l’altro è in fase di negoziazione un delicatissimo piano di costruzione di 10.000 nuove unità abitative per i coloni, la cui approvazione a questo punto rischierebbe di far precipitare la situazione.
 
Le posizioni palestinesi
 
Nel campo palestinese si acuisce la situazione di instabilità e incertezza. Hamas, che ha negato  qualsiasi coinvolgimento con la vicenda, sta infatti attraversando una fase di indebolimento sul piano interno ed esterno: emarginato dal tavolo del dialogo, condotto dall’Autorità palestinese di Abbas, e sempre più isolato a livello internazionale, a seguito della caduta di Morsi e del ridimensionamento del ruolo regionale del Qatar, il movimento è inoltre sull’orlo della bancarotta, non essendo più in grado di pagare i dipendenti pubblici a Gaza. Ne consegue una progressiva perdita di controllo sulle derive estremiste armate nella Striscia, quali la Jihad islamica, i salafiti vicini ad al-Qaida, e il Comitato di resistenza popolare, che approfittano del momento per scatenare i loro attacchi e raccogliere consensi tra la disperata popolazione di Gaza. Al contempo, l’indebolimento di Hamas potrebbe portare le forze israeliane  a cogliere l’opportunità di intervenire duramente a Gaza per dare un colpo di grazia al movimento, condizionando una volta per tutte la capacità di Hamas di colpire il territorio israeliano contiguo alla Striscia e Tel Aviv. L’Autorità palestinese e Fatah, che hanno prontamente condannato i sequestri, si sono però dette preoccupate per l’esplosione di violenza nei territori occupati e a Gaza, e hanno criticato la risposta israeliana, definita sproporzionata e indiscriminata nei confronti di qualsiasi autorità palestinese costituita.

(http://www.ispionline.it/)

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