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Israele sotto pressione, Hormuz resta una miccia. Il generale Rossi: “Cresce il rischio di un conflitto regionale”

Il generale Rossi analizza la crisi di Israele, dalle responsabilità sul 7 ottobre allo scontro con Londra, fino al rischio di una guerra regionale

Israele sotto pressione, Hormuz resta una miccia. Il generale Rossi: “Cresce il rischio di un conflitto regionale”
Il Generale Domenico Rossi, ex Sottosegretario di Stato al Ministero della difesa

Israele, il generale Rossi: “L’isolamento è cresciuto”. E sull’Iran avverte: “C’è il rischio di una guerra regionale”

Mentre Israele si trova ad affrontare una crescente pressione internazionale per la guerra a Gaza e le politiche in Cisgiordania, nuovi interrogativi tornano a scuotere anche il fronte interno. Le indiscrezioni secondo cui Benjamin Netanyahu sarebbe stato avvertito prima del 7 ottobre di un’imminente grande operazione di Hamas riaprono infatti il dossier sulle responsabilità politiche, militari e dell’intelligence per il più grave attacco subito dallo Stato ebraico nella sua storia recente.

Sul piano internazionale, intanto, la frattura tra Israele e alcuni dei suoi storici alleati occidentali si allarga. Londra accusa il governo israeliano di “chiudere gli occhi” davanti a una “pulizia etnica” in Cisgiordania, mentre Regno Unito e altri Paesi si muovono contro gli insediamenti dei coloni.

La durissima reazione di Gerusalemme nei confronti britannici alimenta così il timore che lo scontro possa andare oltre la crisi bilaterale. Sullo sfondo resta poi il confronto tra Stati Uniti e Iran, con lo Stretto di Hormuz ancora al centro delle tensioni e il rischio che un incidente o un attacco con un elevato numero di vittime trascini nella crisi anche altri Paesi della regione.

Quanto può spingersi oltre l’isolamento di Israele? E il confronto con Teheran è ancora un’escalation controllata oppure il Medio Oriente si sta avvicinando a una guerra regionale? A fare il punto è il Generale Domenico Rossi, già sottosegretario alla Difesa e profondo conoscitore delle dinamiche geopolitiche e militari, che ad Affaritaliani analizza le responsabilità legate al 7 ottobre, la crescente distanza tra Israele e parte dell’Occidente e i rischi di un allargamento del conflitto.

Se fosse confermato che Netanyahu venne avvertito prima del 7 ottobre che Sinwar stava preparando “un terremoto”, cambierebbe la lettura del fallimento dell’apparato di sicurezza israeliano?

“Il fallimento sarebbe unicamente più completo. Ciò in quanto, alla realtà di non essere riuscito a proteggere militarmente e sotto il profilo dell’intelligence il proprio Paese, non potrebbe che aggiungersi per Netanyahu anche una responsabilità politica molto più diretta. Ovviamente, non è provato che Netanyahu abbia ricevuto personalmente da Mohammed bin Zayed un warning sufficientemente specifico sulla grande operazione di Hamas che ha portato alla strage del 7 ottobre.

Anzi, Netanyahu lo nega, nonostante Haaretz sostenga che l’avvertimento ci fu e una fonte emiratina anonima lo avrebbe confermato al Times of Israel. Infine, per esprimere un giudizio compiuto, bisognerebbe sempre sapere quanto i dati di cui è stato informato Netanyahu fossero completi e utili a delineare la preparazione dell’operazione in corso, nei tempi e nei luoghi… A mio giudizio, la responsabilità più completa continua a doversi addebitare ai vertici militari e dell’intelligence”.

Londra accusa Israele di “chiudere gli occhi” davanti a una “pulizia etnica” in Cisgiordania e altri Paesi europei si muovono contro i coloni. Israele rischia un isolamento crescente anche tra i suoi alleati?

“Per dare un giudizio sull’aspetto in questione non si può non evidenziare che l’isolamento di Israele è progressivamente cresciuto nel momento in cui, dopo la strage del 7 ottobre, nel tentativo di isolare e distruggere la potenzialità di Hamas, si è dato corso a Gaza a un’operazione in cui l’entità delle vittime civili, in parte inermi ed estranee al conflitto, è stata assolutamente sproporzionata, ovvero non è più rientrata nella logica dei danni collaterali.

A tutto ciò, ampiamente documentato dai mass media, si è aggiunto ora un isolamento ancora maggiore per effetto delle politiche israeliane in Cisgiordania. Non si tratta di un isolamento generale dall’Occidente, ma occorre prendere atto che Paesi decisamente rilevanti come Regno Unito, Francia e Canada hanno deciso di procedere verso divieti sulle importazioni dagli insediamenti e misure mirate contro chi li facilita o ne trae profitto. Anche la Lega Araba ha accolto favorevolmente l’iniziativa britannica, fermo restando che nell’UE permangono divisioni, con la Germania tra gli ostacoli a un’azione comune. Ciò considerando anche che nemmeno gli USA appaiono intenzionati a seguire questa linea”.

La risposta di Israele al Regno Unito è stata durissima, fino alla chiusura del consolato britannico a Gerusalemme. Quanto può allargarsi questa frattura diplomatica?

“Indubbiamente, sotto un punto di vista diplomatico e relazionale, i rapporti non possono essere considerati definitivamente interrotti, visto che il consolato britannico di Gerusalemme Est non è ancora chiuso, pur se Israele ne ha ordinato la chiusura.

Il rischio di un’escalation che trasformi una crisi bilaterale in una frattura più ampia con altri potenziali Paesi esiste, ma al momento non risulta formalmente annunciato un analogo provvedimento nei confronti di altri Paesi. Non credo che Israele possa perseguire quest’ultimo obiettivo perché è comunque un Paese che necessita del consenso generale dell’Occidente e non solo di quello degli Stati Uniti”.

Sul fronte iraniano gli Stati Uniti continuano a colpire e Teheran risponde, arrivando anche all’uso di bombe a grappolo contro la Giordania. Siamo davanti a un’escalation ancora controllabile o il rischio di una guerra regionale è sempre più concreto?

“Nel conflitto tra Stati Uniti e Iran quella che ormai è diventata una costante è un’informazione assolutamente diversificata tra i due contendenti. In questo contesto di guerra cognitiva, prima ancora che effettiva, per un osservatore esterno diventa difficile intuire la situazione reale e darle la giusta dimensione.

Una cosa è certa: non si possono azzardare considerazioni compiute nel momento in cui ci basiamo su limitati effetti conflittuali, come le limitate distruzioni di navi o infrastrutture. Rimane pertanto solo il dato certo degli effetti di questo conflitto, che sta rendendo difficile l’alimentazione dei flussi energetici a livello globale e su cui ci si può basare per capire che ancora nello Stretto di Hormuz non è stata ripristinata la libera navigazione, senza pericoli pre-conflitto.

Per quanto concerne l’utilizzo di bombe a grappolo contro la Giordania, non si ha certezza di tale impiego, che comunque sarebbe locale e quasi estemporaneo. In sostanza, l’escalation resta parzialmente calibrata, anche se sempre più fragile. Il vero pericolo è costituito dalla possibilità di un attacco con molte vittime o di un grave incidente a Hormuz, magari con il coinvolgimento dei Paesi arabi, ovvero di situazioni che potrebbero effettivamente produrre il rischio di una guerra regionale”.

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