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Esteri

L’accordo raggiunto a Ginevra lo scorso 14 settembre tra il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Sergey V. Lavrov ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti coloro che temevano un’escalation militare in Medio Oriente. Accettando la proposta russa, gli Stati Uniti hanno dunque fatto marcia indietro, nonostante il superamento di quella che era stata definita da Barack Obama la “linea rossa”, vale a dire l’utilizzo da parte del regime di Bashar al-Assad di armi chimiche contro la popolazione civile. Sebbene prosegua lo scambio di accuse tra il governo siriano e l’opposizione su chi abbia effettivamente fatto ricorso alle armi chimiche, il rapporto degli ispettori ONU, reso pubblico il 16 settembre, ha puntato il dito contro Assad, ritenuto responsabile del lancio di missili contenenti gas sarin che il 21 agosto scorso ha ucciso diverse centinaia di persone nell’area di Ghouta, a est di Damasco.

A partire dall’impegno del governo siriano a firmare e ratificare la Convezione che pone al bando la produzione e l’utilizzo di armi chimiche, l’accordo prevede che la Siria distrugga tutte le armi chimiche di cui è in possesso ancor prima che la Convenzione diventi vincolante nei suoi confronti. In caso contrario, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite potrebbe prendere misure in base al Capo VII della Carta, il che include anche l’utilizzo della forza armata. In cambio, anche se l’accordo non lo prevede espressamente, gli Stati Uniti non attaccheranno la Siria.

È ancora presto per capire se, sottobanco, l’accordo preveda anche altro. Quello che sembra certo è che, sostanzialmente, esso finisce per garantire la salvezza del regime di Assad. È dunque probabile che negli anni a venire questo accordo sarà ricordato come il vero spartiacque nella guerra civile siriana, tanto più che già negli ultimi mesi Assad aveva rimesso in sesto le cose, dimostrando la tenuta del governo e la sua capacità di resistere agli attacchi dell’opposizione.

Il regime di Assad ha perciò tutto l’interesse a rispettare l’accordo raggiunto da Mosca e Washington. Non sorprende pertanto che le autorità siriane abbiano negli ultimi giorni dimostrato di voler agire in tal senso. Il 20 settembre Damasco ha infatti consegnato all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) – l’organismo internazionale con sede all’Aja che si occupa di far rispettare la Convenzione sulle armi chimiche – una prima lista di armi chimiche di cui dispone il regime. La consegna della lista, giudicata dall’Amministrazione americana in maniera positiva, dimostra la volontà siriana di rispettare le scadenze previste dall’accordo firmato dagli Stati Uniti e Russia.

Nei prossimi giorni, l’OPAC esaminerà accuratamente la lista e ne verificherà la veridicità, l’accuratezza e la completezza. Solo a quel punto, sarà possibile capire se e fino a che punto Damasco abbia deciso di collaborare, anche se, come detto, la sensazione è che Damasco intenda fare sul serio.

Secondo il programma stabilito dall’accordo, entro novembre gli ispettori dell’OPAC dovranno poter ispezionare tutti i siti siriani che contengono le armi chimiche e tutti gli strumenti che producono armi chimiche dovranno essere distrutti. L’intero arsenale chimico siriano dovrà poi essere eliminato entro la metà del 2014. In realtà, un primo rallentamento nella tabella di marcia è arrivato proprio da Assad, che il 17 settembre nel corso di un’intervista a Fox News ha affermato che l’intero processo potrebbe durare più a lungo, circa un anno.

La dichiarazione del presidente siriano ha preoccupato la comunità internazionale, timorosa che la Siria sia intenzionata a utilizzare la stessa tecnica dilazionatoria di cui il suo più stretto alleato, l’Iran, si è valso negli ultimi anni per quanto concerne il suo programma di arricchimento nucleare. Tuttavia, il rispetto dei tempi nella consegna della lista è stato un segnale positivo.

Peraltro, la vicenda siriana si inserisce nella più complicata partita negoziale tra Washington e Teheran. L’atteggiamento del nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani lascia ben sperare, soprattutto alla luce dei toni distensivi utilizzati nel discorso da lui tenuto all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York lo scorso 24 settembre. Da questo punto di vista, un miglioramento nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran rappresenterebbe un’opportunità imperdibile per trovare una soluzione negoziale alla crisi siriana e provare a porre fine a una guerra civile che ha già mietuto più di centomila vittime.
 

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