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Esteri

È stata sufficiente la cerimonia di inaugurazione del primo cantiere della «Diga per il grande rinascimento» che si è tenuta alla fine di maggio alla presenza del vicepremier etiope Demete Mekonnin a scatenare la dura reazione dell’Egitto. «Se una sola goccia del Nilo verrà persa, il nostro sangue sarà l’alternativa – si è affrettato a commentare il presidente egiziano Mohammed Morsi -. Noi non siamo guerrafondai, ma non permetteremo mai a nessuno di minacciare la nostra sicurezza». E poi ha avvertito: «Tutte le opzioni sono aperte». Il messaggio non poteva essere più chiaro. Per l’Egitto l’acqua del Nilo è una questione di sicurezza nazionale. Il Cairo è disposto a prendere in considerazione anche un intervento armato per difendere le sue prerogative.

Il Nilo, con i suoi 6.671 km di lunghezza, è il secondo corso d’acqua del pianeta (dopo il Rio delle Amazzoni) e bagna: Burundi, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Congo, Ruanda, Uganda, Sudan, Sud Sudan, Tanzania. Il suo bacino è in realtà costituito da due affluenti principali: il Nilo Bianco, che ha la sorgente nel Lago Vittoria, e il Nilo Azzurro, che nasce nel Lago Tana in Etiopia. Quest’ultimo offre l’85% della portata, il Nilo Bianco solo il 15%, perché la maggior parte delle sue acque si perde nelle paludi o evapora nelle zone aride attraversate.

La gestione delle acque del Nilo è regolamentata da due trattati. Il primo risale al 1929 e fu stipulato dall’Egitto e dalla Gran Bretagna (per conto del Sudan, allora sua colonia). L’intesa riconosceva a Egitto e Sudan un diritto storico e naturale all’uso delle acque del fiume, vincolando gli Stati a monte del bacino. Nel 1956, diventato indipendente il Sudan, Khartoum e Il Cairo tornarono a negoziare la ripartizione delle risorse del Nilo. Il trattato firmato nel 1959, e tuttora in vigore, assegna all’Egitto il 75% delle acque, lasciando al Sudan la rimanente parte. È chiaro che questa intesa garantiva, e garantisce tutt’oggi, una posizione di rilievo all’Egitto che, pur trovandosi a valle, può sfruttare la porzione più grande delle risorse idriche a danno dei paesi a monte. «L’Egitto – spiega Desirée Quagliarotti, ricercatrice dell’Istituto di studi sulle società del mediterraneo del Cnr – ha sempre giustificato la sua posizione egemonica sulla base di motivazioni di carattere geografico e di sviluppo economico, trattandosi di un Paese arido che non potrebbe sopravvivere senza le acque del Nilo, mentre i Paesi a monte ricevono precipitazioni sufficienti da poter sviluppare un’agricoltura pluviale, senza far ricorso all’irrigazione».

Proprio per evitare conflitti, a partire dagli anni Novanta, sono stati fatti numerosi tentativi di riformulazione del trattato del 1959. La più importante di queste iniziative è nata nel 1999 ed è stata denominata Nile Basin Initiative. I Paesi che hanno aderito hanno dichiarato di voler «raggiungere uno sviluppo socio-economico sostenibile attraverso un uso equo delle risorse idriche e dei benefici del comune bacino del Nilo». Dopo anni di trattative, nel 2010 è stato redatto il Cooperative framework agreement, un trattato che avrebbe dovuto sostituire quello siglato nel 1959. Come previsto, né il Sudan né l’Egitto hanno sottoscritto il documento. Nonostante l’opposizione egiziana, il 13 giugno il parlamento etiopico ha ratificato l’intesa, in precedenza lo avevano fatto Burundi, Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda.

La miccia di una possibile guerra regionale quindi non è stata spenta. Anzi, se possibile, brucia ancora più in fretta. A fare da combustibile è innanzi tutto la crescente pressione demografica. Si calcola che, entro un ventennio, la popolazione della regione passerà dagli attuali 400 milioni di persone a 700 milioni. Ciò accrescerà lo sfruttamento idrico del bacino che, tra l’altro, è destinato a impoverirsi a causa del surriscaldamento globale. Un peso che graverà soprattutto sull’Egitto. Se nel 1990 ogni egiziano poteva contare su 922 metri cubi di acqua l’anno, nel 2025 è previsto che non supererà i 337. Ciò significherà un drastico ridimensionamento del settore primario e con esso frequenti carestie accompagnate dalla siccità.

Il Sud Sudan poi, diventato indipendente nel 2011, ha rivendicato una quota dell’acqua che il Trattato del 1959 assegnava al Sudan. Khartoum però è contraria. Con l’indipendenza di Juba, il Sudan ha, infatti, perso il controllo del 50% delle riserve petrolifere e sta avviando una politica di diversificazione produttiva, scommettendo sull’agricoltura, necessitando dunque, di maggiori risorse idriche. A ciò vanno aggiunte le nuove politiche energetiche etiopiche. In questo contesto si inserisce la costruzione della «Diga per il grande rinascimento», un’opera che costerà 5 miliardi di dollari (finanziati dalla Cina) e che, una volta a regime, fornirà seimila megawatts di energia. Una infrastruttura che rischia, in futuro, di ridurre la portata del Nilo Azzurro. Anche se gli ingegneri etiopi minimizzano sostenendo che la diga non limiterà significativamente la portata del fiume.

Enrico Casale, redattore di Popoli

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