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Esteri

Di Alessandro Badella, PhD in Democrazia e Diritti Umani, Facoltà di Scienze Politiche, Università di Genova

Il tour mondiale della blogger cubana Yoani Sánchez, che ha toccato anche l’Italia, ha rilanciato il tema della transizione post-castrista di Cuba. Probabilmente gli osservatori più attenti all’“offerta politica” (in senso lato) della Sánchez saranno rimasti molto delusi dalla totale assenza di un qualsivoglia progetto politico di ampio respiro per il futuro dell’isola . In due conferenze molto importanti che Yoani Sánchez ha tenuto a Miami, la prima presso la Florida International University (FIU), la seconda presso la Freedom Tower di Dade County , sono stati affrontati solo parzialmente alcuni dei principali temi (geo)politici che faranno da sfondo a una potenziale evoluzione del sistema castrista cubano.

In primis, vi è la questione dell’embargo. Al di là dei giudizi etico-morali sul blocco economico, esso è sicuramente significativo per l’economia cubana del futuro, ma anche per l’assetto politico. La codificazione del bloqueo negli anni Novanta da parte delle amministrazioni di Bush e Clinton ha strettamente legato la rimozione del blocco alla presenza di un governo di transizione senza i fratelli Castro al potere. Detto questo, visto che le precondizioni per la rimozione dell’embargo sono note (tra cui l’accesso ai fondi delle organizzazioni economiche e finanziarie internazionali e le restitution claims da parte dei cittadini americani e cubani-americani espropriati dopo il 1959), si tratta di una tematica centrale, visto che coinvolgerà la Cuba di domani. Inoltre, l’“internazionaliz-zazione dell’embargo” ha permesso l’isolamento internazionale di Cuba, solo parzialmente compensato dall’integrazione regionale degli ultimi anni. Inoltre, sarebbe difficile ipotizzare un “modello cinese” per il futuro di Cuba in presenza dell’embargo, visto che la Cina iniziò il proprio cammino economico trionfale (grazie a riforme strutturali e politiche profonde) in virtù dello smantellamento delle sanzioni economiche con la presidenza Clinton.

Peraltro, il Cuban Democracy Act (1992) e l’Helms-Burton Act (1996) furono due importanti successi della lobby cubano-americana della Florida, ma tale tema non è stato affrontato con i diretti interessati. Anche i termini «rimesse dirette», «viaggi familiari» e «riforma migratoria», temi da sempre cari alla comunità cubana di Miami, rappresentano il punto centrale di qualsiasi riflessione seria sul tema della transizione cubana. Il decreto ley 302, in vigore da gennaio scorso, che ha permesso l’espatrio ai cubani, sfida direttamente il contingentamento statunitense degli ingressi da Cuba: al momento l’amministrazione americana non sembra voler cedere a un’apertura incondizionata delle frontiere ai cubani. Cosa accadrebbe alla politica migratoria dopo la fine del castrismo? Accetterebbero gli Stati Uniti una massiccia immigrazione cubana dopo il crollo del regime? Nel biennio 1994-95 Clinton fu costretto a trattare con le autorità cubane (politica in controtendenza rispetto alla ricerca dell’isolamento totale di Cuba), affinché queste ultime accettassero di monitorare le frontiere e contribuissero a porre fine all’esodo dei balseros . Ora la palla è passata nuovamente agli statunitensi.

Riguardo le rimesse dirette e i viaggi familiari dagli Stati Uniti verso Cuba, nel corso degli ultimi due anni è apparso evidente l’attacco della lobby cubana più radicale alle politiche di apertura promosse da Obama, che nel 2011 è stato costretto a minacciare il veto ad alcuni Bills volti a minare tale politica . Quest’ultimo punto permette d’introdurre il tema del rapporto (spesso difficile e problematico) tra i cubani di Florida e quelli residenti sull’isola. Probabilmente non saranno due mondi inconciliabili, ma sussistono alcuni problemi strutturali molto pronunciati. «Yo soy de la Cuba de José Martí», come ha dichiarato la stessa Sánchez chiamando in causa il poeta indipendentista isolano, potrebbe non essere sufficiente a contestualizzare la cubanidad del futuro. Anche José Martí (1853-1895), Apostol dell’indipendenza cubana, è anch’egli oggetto di attualissime tensioni interpretative proprio sul tema dell’identità cubana. Alcuni autorevoli studi hanno messo in luce le fratture che sussistono ancora tra le due sponde dello Stretto di Florida proprio sull’interpretazione storiografica e filologica di Martí, sia nel complesso rapporto politico-culturale con gli Stati Uniti, sia nella definizione Nuestra América . Per di più l’immagine di José Martí è stata associata all’omonima stazione radiofonica e televisiva, Radio e TV Martí, che ha prodotto tutt’altro che un allentamento della tensione tra i due paesi.

Inoltre, la storia recente ha mostrato come i cubano-americani dell’enclave di Miami non sempre siano stati ben disposti ad accogliere i compatrioti che fuggivano dall’isola. I marielitos del 1980 e i balseros del 1994, mediamente più poveri e meno istruiti dei golden exiles dei primi anni Sessanta, contribuirono a dividere l’opinione pubblica cubana . Recentemente, dopo il decreto ley 302, alcuni membri della comunità cubana di Miami si espressero contro un’emigrazione in massa e di un «nuovo Mariel» . Nel contempo, si è parlato spesso di «tribunali speciali» per giudicare i quadri del castrismo: un’opzione che sembrerebbe più adatta a una soluzione militare o una rivolta interna e che, in ogni caso, sarebbe un ostacolo alla riconciliazione. Per questi motivi, è indubbio che siano esistiti ed esistano ancora oggi alcuni limiti significativi alla solidarietà incondizionata tra cubani. Inoltre, nell’invocare il ruolo della solidarietà e dell’identità nazionale, occorre anche ricordare l’evoluzione interna alla comunità cubana della Florida: nuove generazioni politiche stanno emergendo, generazioni meno compromesse con il radicalismo anti-castrista e molto più interessate alla questione delle visite familiari e del dialogo con il regime, come hanno mostrato negli ultimi anni i polls della FIU .        

Occorre anche riflettere su come e verso cosa potrebbe procedere la Rivoluzione cubana. Sin dall’inizio degli anni Novanta, la transizione cubana e le sue dinamiche sono state oggetto di studi approfonditi, proprio perché difficilmente sarebbe pensabile una democratizzazione hic et nunc, anche di fronte a un crollo improvviso del castrismo. Nel novembre del 1993, uno studio commissionato dal Dipartimento di stato americano metteva in luce una serie di possibili vie per la transizione cubana, con differenti outcomes e suggerimenti per incentivare le diverse opzioni. Gillian Gunn, una dei contributors di tale studio, individuò alcuni scenari plausibili come la transizione sul modello nicaraguense (sottomissione della Rivoluzione al voto popolare e benefici per le Fuerzas Armadas Revolucionarias derivanti dalle privatizzazioni), la nascita di un sistema politico a partito unico dominante (come il PRI messicano), oppure la caduta in una spirale di violenza endemica, proprio come Haiti durante il periodo post-duvalierista, con relativa emigrazione di massa verso le coste della Florida . Nello stesso anno, il professor Jorge I. Domínguez parlò di un’eventuale evoluzione cinese per il socialismo cubano . Al contrario, per lungo tempo, l’esilio cubano concepì la transizione sul modello del collasso della DDR: così come i tedeschi dell’ovest si fecero carico della ristrutturazione economica dell’est, i cubano-americani avrebbero potuto guidare la “ricostruzione” dell’isola .

In questa prospettiva, si potrebbe aprire un ampio dibattito circa la futura indipendenza politica dell’isola, considerando anche i contraddittori rapporti cubano-americani dopo la lotta indipendentista cubana e la Guerra Ispano-Americana . Sotto questo aspetto, la storia cubana del Novecento ha mostrato che strutture politiche eterodirette (ad esempio, l'Emendamento Platt inserito nella Costituzione del 1902) si sono rivelate fragili e hanno creato i presupposti socio-economici per l’avvento della dittatura di Batista e la Rivoluzione del 1959. Nei primi anni Novanta, quando molti analisti davano per certa la caduta imminente del sistema castrista, Jorge Mas Canosa, carismatico presidente della CANF (Cuban American National Foundation) venne ufficiosamente designato come il «futuro presidente di Cuba» . Una società democratica post-castrista sarebbe compatibile o sostenibile attraverso una “ricostruzione” dall’esterno? Questa prospettiva potrebbe porre seri problemi di carattere regionale. Già dopo gli accordi militari con Colombia e Honduras (a partire dal 2010), gli Stati Uniti furono criticati dal Brasile (oltre che da paesi molto meno filo-americani, come il Venezuela e la Bolivia) per la loro eccessiva espansione militare nella zona. Cosa potrebbe accadere se questa espansione coinvolgesse anche Cuba? Inoltre, gli Stati Uniti hanno spesso mostrato di non avere in mente una chiara politica di transizione e promozione della democrazia per Cuba. Alternando forme di punizione a momenti di rilassamento dei rapporti, le relazioni bilaterali si sono spesso arenate su un case-by-case approach, volto più a rispondere alle politiche del regime cubano che a proporre strategie costruttive o innovative.  

Specularmente, il problema della transizione cubana deve fare i conti con un’opposizione interna crescente, ma molto spesso frammentata (finanche sulla visita papale di Benedetto XVI nel marzo 2012) e, dopo la morte di Payá, in cerca di una figura di riferimento. Per questo, una “transizione polacca” potrebbe mancare di elementi fondamentali, quali la capillarità di una struttura come la Chiesa polacca, per concretizzarsi. Altrettanto importante sarà il ruolo rivestito dalle FAR nella Cuba post-castrista, visto che si sono strutturate come vero centro del potere politico, ma anche gatekeeper dell’accesso ai benefici economici degli esperimenti di libero mercato .

Altrettanto problematica potrebbe essere la transizione a un sistema capitalista. La distruzione dello stato sociale e l’elevato tasso di disoccupazione che coinvolse i paesi socialisti europei dopo il crollo del Muro furono spauracchi sfruttati abilmente da Castro per cementare il sostegno popolare nei tempi bui del «periodo speciale in tempo di pace». La domanda rimane: sono pronti i cubani a rinunciare al generoso stato sociale della Rivoluzione, come il Vietnam del Doi Moi?

 

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