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Esteri
Il fragile accordo libico. Tra gli oppositori non c'è solo l'Isis
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Dopo mesi di estenuanti trattative tenutesi sotto l’egida delle Nazioni Unite, l’inviato speciale Bernardino Leon ha annunciato la firma dell’accordo tra i due governi (Tobruk e Tripoli) e le diverse fazioni presenti in Libia. L’accordo prevede la nomina di un nuovo presidente del consiglio, Fayez Serraj, membro del parlamento di Tobruk ma non nella lista dei designati da Tobruk, e tre vice premier: Ahmed Maetiq, Moussa Kony, Fathi Majbari. L’intesa passerà ora al vaglio di Tobruk e Tripoli. Il nuovo governo libico nascerebbe in ogni caso molto fragile, in un contesto nel quale non esiste il monopolio dell’uso della forza e nel quale centinaia di milizie costituitesi su base locale e tribale controllano ancora buona parte del territorio, mentre gruppi jihadisti di diversa provenienza – IS compreso – continuano a porre una grave minaccia alla stabilità del paese.
 
Cosa prevede l’accordo?
L’intesa raggiunta stabilisce le prossime tappe della transizione libica basate sulla formazione di un governo unico. Il testo dell’accordo prevede la formazione di un governo di unità nazionale, guidato da un presidente del consiglio con tre vice premier, che formeranno il nucleo centrale di un Consiglio di presidenza allargato ad altri ministri del nuovo governo. I quattro soggetti dovranno assumere decisioni sempre all’unanimità. Il General National Congress, GNC, (Tripoli) dovrà essere inglobato nella House of Representatives, HoR, (Tobruk), che dovrà assorbire appunto 40 deputati di Tripoli e rimarrà in vigore come il principale corpo legislativo. Le decisioni più importanti nell’HoR richiederanno una maggioranza qualificata di 150 su 192 membri. L’intesa prevede, infine, la creazione di un Consiglio di stato costituito da 90 membri provenienti dal GNC e da 30 figure indipendenti. Tuttavia, come spiega Wolfram Lacher ricercatore dell’SWP, la maggiore incognita per una piena applicabilità dell’accordo riguarderà la capacità dei contraenti di garantire un’effettiva rappresentatività delle parti nelle future istituzioni libiche.
 
Scenari: Quali rischi ora?
Secondo Arturo Varvelli, responsabile dell’Osservatorio Terrorismo dell’ISPI ed esperto di Libia, "il nuovo governo si troverà a contrastare diversi oppositori all’accordo: da una parte le milizie più radicali e l’IS, dall’altra Haftar che potrebbe rifiutarsi di cedere il controllo di parte delle forze armate. Il nuovo esecutivo potrebbe chiedere un intervento esterno che lo protegga e dichiarare "formalmente" guerra all’IS. La stessa coalizione internazionale che già cerca di fronteggiare il Califfato in Siria e Iraq potrebbe avere un ruolo in Libia. Nei mesi scorsi l’Italia ha più volte dichiarato la propria disponibilità ad assumere un ruolo nella missione. Sul piano puramente teorico penso che una missione simile sia indispensabile, anche per garantire l’incolumità fisica del governo nel prendere le decisioni, sul piano reale vanno considerate le insidie che questa avrebbe a cominciare dalla possibilità di coalizzazione delle milizie radicali contro il governo e le forze militari occidentali. L’accordo rappresenta quindi solo un primo e piccolo passo nel processo di stabilizzazione nel lungo periodo".
 
L’accordo è sufficiente?
"Temo che questo accordo non segni la fine della guerra civile in Libia". Ugo Tramballi, giornalista del Sole 24 Ore, invita a giudicare con prudenza la conclusione del negoziati tra Tobruk e Tripoli, ricordando come anche altri conflitti hanno avuto brevi periodi di tregua, seguiti dal ritorno alla violenza da parte delle principali milizie sul campo. Sarà importante perciò capire se il governo libico avrà la forza di disarmare i gruppi rivali presenti nel paese.

Serve un supporto internazionale?
L’accordo è un primo passo per pacificare il paese, ma non è sufficiente. Come spiega Claire Spencer, Senior Research Fellow di Chatham House, è essenziale che il governo riesca a imporre il monopolio della forza su un paese profondamente diviso e dominato dalle milizie locali. Tale scopo potrà essere raggiunto soltanto con il supporto della comunità internazionale, sotto forma di investimenti e assistenza per la popolazione. (video)
  
Verso un intervento italiano?
Dopo l’accordo in Libia tra il governo di Tobruk e quello di Tripoli per l’Italia si aprono prospettive molto importanti, come spiega Mattia Toaldo, Policy Fellow di ECFR. Il nostro paese "ha promesso di guidare una missione di stabilizzazione in Libia e dovrà perciò decidere quante truppe mandare e con quali regole di ingaggio". Roma è pronta a svolgere un ruolo da protagonista in uno scenario chiave per i nostri interessi.

da http://www.ispionline.it/

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