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Esteri
Libia, Calcagno: "Salvi con un chiodo". La supplica: non cedeteci all'Is

"Pensavamo di essere in un incubo, ma cercavamo di restare lucidi, con la mente chiara, di non sbagliare data, era un esercizio che ci imponevamo, e ci siamo riusciti, tranne per il 29 febbraio che ci ha ingannato, tant'e' che nel nostro messaggio abbiamo detto che era il 5 marzo". E' il racconto di Filippo Calcagno, parlando con i giornalisti a Piazza Armerina (Enna) della terribile esperienza del rapimento in Libia, dov'e' stato prigioniero per quasi otto mesi. "E' stato atroce: abbiamo sofferto la fame, la sete i pugni e i colpi di fucile", ha aggiunto, e ha poi spiegato che "fino al giorno 2 marzo nostro e 1 marzo vostro eravamo insieme tutti e quattro: io, Gino, Salvatore e Fausto. Poi ci hanno divisi. Ci avevano detto che 'era tutto finito', ci hanno dato delle tute poi hanno portato via Piano e Failla, mentre noi siamo rimasti dentro. Ci chiedevamo perche'".

Secondo gli inquirenti di Roma che indagano sul sequestro, i tecnici italiani potrebbero essere stati traditi da loro autista libico.

L'ex ostaggio ha raccontato com'e' riuscito a fuggire, assieme al collega Gino Pollicardo: "Ho lavorato molto su quella porta dietro la quale eravamo rinchiusi. Con un chiodo ho capito che si poteva fare molto. Ho lavorato sulla serratura, un legno duro, ma con la caparbia ho indebolito la parte. Poi ho chiamato Gino: 'Forza, se dai due colpi siamo fuori', gli dicevo. E cosi' e' stato. Dopo avere superato la prima porta, pensavamo ci fosse la porta esterna, ma si e' aperta facilmente. Ci siamo camuffati perche' avevamo paura che qualche altro gruppo ci prendesse e una volta fuori cercavamo la polizia che pensavamo fosse l'unica a poterci aiutarci. Il buon Dio ci ha messo sulla strada giusta. Poi sono tornato indietro con la polizia per il riconoscimento della casa". Sull'identita' dei suoi aguzzini, Calcagno non e' stato in grado di fornire particolari: "Non so se eravamo in mano all'Isis o a delinquenti, ma certamente eravamo tenuti da criminali. C'erano delle donne e un bambino... una famiglia di delinquenti". Calcagno e la moglie, Maria Concetta Arena, hanno poi detto di voler incontrare la vedova di Salvatore Failla, che vive a Carlentini (Siracusa).

"Stiamo lavorando - ha detto il ministro del Esteri, Paolo Gentiloni - affinche' le salme dei due nostri connazionali rientrino in Italia il piu' presto possibile. Se possibile entro e non oltre la giornata di domani". Da parte sua il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha sottolineato: "Non ci dobbiamo stancare di cercare il filo che ci puo' portare alla ricostruzione dei fatti. La magistratura ha gli strumenti e la cultura per poter fare questo tipo di indagini". Intanto, il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi, fa sapere che il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha intenzione di convocare nelle prossime settimane il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. 

Failla a carceriere, non vendeteci all'Isis - "Vi prego, non vendeteci all'Isis". "No, non vi vendiamo a chi ammazza le persone". Era la preghiera che Salvatore Failla aveva rivolto in francese, parlando anche a nome degli altri tecnici della Bonatti sotto sequestro, a uno dei carcerieri durante la lunga prigionia. La circostanza e' stata riferita al pm Sergio Colaiocco da Filippo Calcagno e Gino Pollicardo, i due connazionali rientrati a Roma domenica mattina e poi sentiti per quasi sei ore in una caserma del Ros. Solo uno dei carcerieri masticava un po' di francese, gli altri sequestratori parlavano arabo. Gli ostaggi, che hanno cambiato due covi pur trovandosi sempre nella zona di Sabrata, sono stati insieme fino all'ultimo ("Questo ci ha dato tanto coraggio", hanno raccontato al pm). La separazione del gruppo e' del 2 marzo: "Quel giorno hanno preso Failla e Fausto Piano - hanno detto i due ex ostaggi - e li hanno portati via. Non abbiamo capito il perche'". Una separazione pagata a carissimo prezzo perche' Failla e Piano sono morti in uno scontro a fuoco con le milizie di sicurezza libiche. Pollicardo e Calcagno, senza conoscere la sorte dei compagni di sventura, sono rimasti 48 ore chiusi in una casa, senza cibo ne' acqua: "Per due giorni non abbiamo sentito alcun rumore e allora abbiamo deciso di forzare la porta e provare ad uscire. Per fortuna ci e' andata bene".

 

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