A- A+
Esteri

Di Gian Paolo Calchi Novati (Senior Research Fellow per l’Osservatorio sull’Africa dell’ISPI)

Per una volta, o una volta ancora, la Francia si è comportata come una “nazione”. Le imprese d’Africa fanno bene all’unità della Francia a prescindere dal partito del presidente e, si è tentati di dire, dalla bontà della causa. Esse hanno anche l’effetto di ridare lustro alla Francia in Africa. Il socialista Hollande voleva chiudere la stagione dell’Afrique du papa. Ma l’intervento in Mali ha risvegliato sentimenti di gregarismo negli ex-possedimenti francesi e ha diffuso fra i dirigenti un senso di sollievo davanti a un “ritorno” che per loro vale come un pegno di sicurezza.

Chi ha tratto più vantaggio dall’Operazione Serval è stato il presidente del Ciad, Idriss Déby Itno, non quel democratico e homo novus che Hollande sembrava avere in mente come idealtipo di partner di Parigi nell’era globale: anche per questo esitò a lungo prima di farsi strappare un sì a partecipare al vertice della francofonia a Kinshasa con un padrone di casa scomodo come Joseph Kabila. Il Ciad ha fornito punti d’appoggio imprescindibili per un’operazione in pieno Sahel e ha schierato sul terreno truppe ben addestrate dando una parvenza di “africanità” a un’azione che era e resta ovviamente molto francese. Déby ne ha approfittato per portare a termine, sempre in tandem con la Francia, una mini-operazione di “neocolonialismo africano” appoggiando l’insediamento di un governo amico nella vicina Repubblica Centrafricana (Rca).

I costi combinati, in chiave africana, sono un ridimensionamento della Nigeria, che aspirava a essere protagonista in Mali e che invece si è trovata ulteriormente destabilizzata in patria dai suoi “ribelli”, e una sconfitta secca del Sudafrica. Zuma non solo ha dovuto accettare l’ennesimo intervento di una potenza esterna (ancorché nel lontano Mali) ma ha anche subito un affronto diretto perché François Bozizé, il presidente della Rca, spodestato dalla rivolta della Séléka di Michel Djotodia, era sotto la protezione di 300 soldati inviati da Pretoria per garantire una presenza che si proponeva di far rispettare il principio «soluzioni africane a crisi africane», a cui è dedita in teoria la stessa Unione Africana (ora presieduta da una ex-moglie di Zuma), ma che sottintendeva qualche interesse del business sudafricano per i diamanti e il possibile petrolio del Centrafrica. Come contraccolpo a più ampio raggio, la Francia può vantare una performance che la riporta al vertice in Africa avendo in mente non solo gli “emergenti” dei vari continenti, ma anche la rivalità occulta od occultata con gli Usa (Obama non le ha comunque negato il necessario ausilio aereo e tecnologico).

La portata dell’operazione in Mali si giudicherà meglio alla fine, in base alla riuscita o meno di quello che formalmente era l’obiettivo dichiarato: respingere l’offensiva del jihadismo, ripristinare l’unità del Mali e riavviare un processo di istituzionalizzazione-democratizzazione. Gli aspetti militari dell’intervento sono stati esibiti finché si è trattato di “liberare” Kidal o Timbuctu. Sugli esiti dell’eventuale prosecuzione dell’azione per inseguire le milizie islamiste nel deserto e fra le montagne è calato il silenzio o la censura. È presto per affermare che la Francia non si “insabbierà” come è accaduto ad altre potenze in altre sabbie reali o metaforiche. Si è messa in funzione intanto una forza di addestramento cura dell’Unione Europea, mentre l’Onu il 25 aprile ha votato una risoluzione che istituisce una Missione di stabilizzazione.

È la dimensione politica tuttavia la prova d’esame che deciderà il successo o l’insuccesso di un’operazione che ambisce o ambiva a essere un “modello”. La Francia, direttamente o tramite i propri alleati in loco, deve risolvere tutte insieme tre fattispecie che s’intersecano e si condizionano a vicenda, ma che hanno pur sempre origini e logiche proprie e diverse: varare un potere legittimo a Bamako, dare una risposta alle aspirazioni autonomistiche dei Tuareg e derubricare l’islam da fattore di “terrore” a parte del discorso politico. Troppo per un Mali a metà strada fra stato fallito e stato sotto occupazione militare? Hollande, in modo un po’ azzardato, fa della convocazione di elezioni generali entro la fine di luglio un imperativo assoluto. Se le elezioni devono essere la via della salvezza per tutti i tre dossier, non sarebbe accettabile una consultazione improvvisata o con risultati prefabbricati. I francesi hanno ampiamente utilizzato la forza, politica e militare, dei tuareg per debellare gli estremisti di Ansar Dine. Non si sa quali impegni siano stati assunti con gli “indipendentisti” del nord. Dei due movimenti sul terreno, quello laico, il Mouvement national de libération de l’Azawad (Mnla), è stato ovviamente più blandito, ma anche il Mouvement islamique de l’Azawad (Mia), che ha preso le distanze da Ansar Dine, è destinato ad avere un ruolo nella nuova Repubblica. Mnla e Mia si muovono mano nella mano e si sentono “interlocutori” in pectore. Finora i portavoce della componente “arabizzante” sono stati bene attenti a non ammettere nessuna intrusione in casa propria di politici o militari “neri”.

Finita, se è finita, la “minaccia” per eccellenza del jihadismo legato ad al-Qaida, rimangono i problemi di fondo di uno stato diviso e plurale in una regione attraversata dal motivo di tensione più scottante dell’attualità mondiale. Il Mali non è un “nuovo Afghanistan” ma può diventarlo per effetto della retorica impiegata per esorcizzarlo. Una guerra diretta da potenze che, giustamente dal loro punto di vista, hanno finalità globali non è il passaggio più idoneo per i paesi africani alle prese con i travagli di un processo di state-building complicato da fenomeni di esclusione economica, sociale e politica.

 

Tags:
maliguerraeuropa
in evidenza
"Governo ma non troppo..." Crozza imita Speranza. VIDEO

Spettacoli

"Governo ma non troppo..."
Crozza imita Speranza. VIDEO

i più visti
in vetrina
Bollette Luce e Gas, in arrivo i rincari d’autunno: ecco come difendersi

Bollette Luce e Gas, in arrivo i rincari d’autunno: ecco come difendersi


casa, immobiliare
motori
CUPRA Born,ordinabile in Italia

CUPRA Born,ordinabile in Italia


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.