Il modello dei centri per migranti in Albania sperimentato dall’Italia si prepara a diventare una delle strade seguite dall’Europa per accelerare i rimpatri. Germania, Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi si sono riuniti a Copenaghen per lavorare alla creazione dei cosiddetti “return hub”, strutture in Paesi terzi dove trasferire i migranti senza diritto a rimanere nell’Unione europea. L’obiettivo dei cinque governi è arrivare a un primo accordo con uno Stato partner entro la fine dell’anno e rendere operativo il progetto nel 2027. Il Paese destinato a ospitare il centro non è stato ancora indicato ufficialmente, ma tra le ipotesi emerse ci sono Uganda e Ruanda. “Da parte danese, prevediamo di essere pronti a trasferire i primi stranieri in un Paese partner entro la fine del prossimo anno”, si legge in una nota del ministro danese per l’Immigrazione, Morten Bodskov.
“Si tratta di una pietra miliare sulla strada verso un sistema di asilo e migrazione più efficiente. Perché non accetteremo che gli stranieri senza permesso di soggiorno in Danimarca vengano premiati rendendo difficile la loro espulsione”, precisa il ministro danese nel comunicato. “È insostenibile che i migranti senza prospettive di residenza legale paghino ingenti somme ai trafficanti di esseri umani per raggiungere l’Europa. L’elaborazione delle loro pratiche comporta costi enormi per i paesi dell’Ue, quando a una grande percentuale di loro non viene comunque concessa la residenza. Inoltre, si tratta di un viaggio lungo e pericoloso per i migranti. Dobbiamo porre fine a tutto questo, e i centri di uscita svolgono un ruolo fondamentale in tal senso, perché inviano un segnale forte: i migranti non traggono alcun vantaggio dal viaggio verso l’Europa“, conclude il testo.
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La proposta richiama direttamente il percorso avviato da Giorgia Meloni con l’Albania, dove l’Italia ha realizzato i centri di Shengjin e Gjader per la gestione delle procedure migratorie. Un modello che, nonostante le difficoltà e le controversie giudiziarie, è ormai entrato nel dibattito europeo. La stessa premier italiana ha rivendicato nei mesi scorsi il ruolo dell’Italia nell’aver anticipato la nuova strategia europea sui rimpatri.
La logica dei “return hub” è trasferire fuori dai confini dell’Ue le persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio, in attesa del loro ritorno nel Paese d’origine. Un progetto che nasce soprattutto dalla difficoltà degli Stati europei di trasformare gli ordini di espulsione in rimpatri effettivi.


