Punti chiave
- Iran: Protestanti, condanna per escalation in Libano
- Iran: Bloomberg, due petroliere fanno dietrofront da Hormuz
- Libano: Idf, colpito lanciarazzi nel sud pronto a sparare
- Iran: media Qatar, Hormuz e Libano principali ostacoli
- Teheran accusa Washington di richieste “irragionevoli", Hormuz resta chiuso
- Iran: Vance lascia il Pakistan dopo il negoziato fallito
- Falliti i negoziati Usa-Iran
Il Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) è particolarmente colpito dal drammatico peggioramento della situazione in Libano e a Beirut, in particolare dopo i raid aerei israeliani dell’8 aprile: a Beirut la Federazione opera da tempo, anche con collaboratori locali, per l’organizzazione di corridoi umanitari e con interventi sanitari (Medical Hope) a sostegno della popolazione duramente provata ed è così costantemente informata sulle condizioni di chi ormai vive sotto la minaccia delle bombe. Il Consiglio esprime la sua ferma condanna della catastrofica escalation dei bombardamenti sulla città di Beirut che provocano un numero crescente di vittime e di feriti nella popolazione civile inerme; esorta le parti interessate e la comunità internazionale ad adoperarsi per una immediata sospensione di queste azioni e per la protezione dei diritti umani e la tutela della fornitura di aiuti umanitari; si impegna a continuare la fornitura di aiuti umanitari alla popolazione così colpita.
Due petroliere hanno fatto dietrofront prima di attraversare lo Stretto di Hormuz mentre i colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad si concludevano con un nulla di fatto. Lo ha riferito Bloomberg, facendo riferimento a “uno dei primi segnali del fallimento dei colloqui che interessano” il cruciale passaggio marittimo.
Le forze armate israeliane hanno annunciato di aver individuato durante la notte “un lanciarazzi posizionato e pronto a lanciare contro Israele nella zona di Jouaiyya, nel Libano meridionale”. Poco dopo, “il lanciarazzi è stato colpito e distrutto, sventando il lancio prima che potesse essere effettuato”, ha aggiunto l’Idf.
I principali ostacoli al progresso dei negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad sono stati la gestione dello Stretto di Hormuz e gli attacchi israeliani in Libano. Lo ha riferito il quotidiano qatariota Al-Araby Al-Jadeed citando fonti pakistane ben informate. Una di queste ha sottolineato che “in particolare Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno chiesto di separare la questione libanese da quella iraniana e che Israele la gestisse autonomamente”. Ha inoltre riferito che la delegazione americana ha chiesto di rinviare la questione dello Stretto di Hormuz a una data successiva, puntando alla riapertura ora dello stretto senza un coinvolgimento significativo dell’Iran.
Al centro del fallimento, secondo fonti iraniane, vi sarebbero le “richieste irragionevoli” avanzate dalla delegazione americana. A riferirlo è stata la televisione di Stato iraniana Islamic Republic of Iran Broadcasting, secondo cui i negoziatori di Teheran hanno preso parte a oltre 20 ore di trattative “continue e intense” con l’obiettivo di difendere gli interessi nazionali. Nonostante ciò, le posizioni restano distanti e il dialogo si è interrotto senza risultati concreti. Dalla capitale iraniana, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha invitato alla cautela, sottolineando come un’intesa immediata non fosse mai stata considerata realistica: “Nessuno si aspettava un accordo nelle prime fasi dei negoziati”, ha dichiarato alla tv di Stato, lasciando intendere che il processo diplomatico potrebbe richiedere tempi più lunghi.
Nel frattempo, Ishaq Dar, ministro degli Esteri pakistano e principale mediatore dei colloqui, ha esortato entrambe le parti a rispettare il cessate il fuoco. Islamabad ha ribadito la propria disponibilità a continuare a facilitare il dialogo tra Teheran e Washington, confermando l’intenzione di mantenere aperti i canali diplomatici. Secondo fonti citate dall’agenzia iraniana Fars, “la palla è nel campo americano”: Teheran sostiene di aver presentato proposte “ragionevoli” e di non avere fretta di raggiungere un accordo. Gli Stati Uniti, invece, dovrebbero adottare – sempre secondo la versione iraniana – un approccio più realistico per superare lo stallo.
A complicare ulteriormente il quadro è la questione dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. Fonti vicine ai Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica hanno affermato che il passaggio marittimo resterà chiuso fino a quando non verrà raggiunto un “accordo ragionevole”, segnalando come il dossier resti uno dei principali punti di attrito tra le due parti. Teheran ha fatto sapere di essere fiduciosa sulla prosecuzione dei contatti, in particolare con la mediazione pakistana.
Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha lasciato il Pakistan, subito dopo il suo discorso sul fallimento dei colloqui di pace. Vance si è imbarcato sull’Air Force Two alle 7:08 del mattino, ora locale, (0208 GMT) e ha salutato i funzionari pakistani dalla cima delle scale.
Si sono conclusi senza un accordo i colloqui tra Stati Uniti e Iran tenuti a Islamabad, in Pakistan, dopo oltre venti ore di negoziati serrati. A confermarlo è stato il vicepresidente americano JD Vance, che ha parlato apertamente di un esito negativo, pur sottolineando l’intensità del confronto diplomatico. “Per 21 ore abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo”, ha dichiarato Vance. “E penso che questa sia una cattiva notizia per l’Iran molto più che per gli Stati Uniti d’America”.
Il vicepresidente non ha nascosto la delusione per il fallimento dei negoziati, attribuendo la responsabilità a Teheran: “Abbiamo chiarito molto bene quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a venire loro incontro e su quali invece non lo siamo, e lo abbiamo fatto nel modo più chiaro possibile. E loro hanno scelto di non accettare le nostre condizioni”. Al centro dello stallo, secondo quanto emerge, restano le divergenze sul programma nucleare iraniano, in particolare sull’arricchimento dell’uranio. Vance ha evitato di entrare nei dettagli tecnici, ma ha ribadito con forza la posizione americana: “Non entrerò in tutti i dettagli, perché non voglio negoziare in pubblico dopo aver negoziato per 21 ore in privato, ma il punto fondamentale è che dobbiamo vedere un impegno esplicito da parte loro a non cercare un’arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero loro di ottenerla rapidamente”.
Il nodo, ha spiegato, riguarda soprattutto la credibilità di un impegno nel lungo periodo: “La domanda fondamentale è: vediamo un impegno reale e duraturo da parte degli iraniani a non sviluppare un’arma nucleare? Non solo adesso, non solo tra due anni, ma nel lungo periodo. Questo ancora non lo abbiamo visto. Speriamo di sì”. Vance ha anche sottolineato che le precedenti capacità di arricchimento sarebbero state già colpite: “Il loro programma nucleare, per quello che è, le strutture di arricchimento che avevano in precedenza, sono state distrutte”. Tuttavia, ha insistito, il punto centrale resta la garanzia politica e strategica sul futuro.
Da parte iraniana, il portavoce del ministero degli Esteri Nasser Kanaani Baqaei ha offerto una lettura diversa dei colloqui, confermando la complessità dei temi affrontati e respingendo implicitamente le pressioni statunitensi. “Nelle ultime 24 ore si sono tenute discussioni su vari aspetti relativi alle questioni principali dei negoziati, incluso lo stretto di Hormuz, la questione nucleare, i risarcimenti di guerra, la revoca delle sanzioni e la fine definitiva del conflitto in Iran e nella regione”, ha scritto Baqaei. Teheran ha ribadito la propria linea, segnalando una chiusura rispetto a quelle che vengono considerate richieste eccessive da parte di Washington: l’Iran è “determinato a ricorrere a tutti i mezzi, compresa la diplomazia, per tutelare e salvaguardare gli interessi nazionali”, ha aggiunto il portavoce.
In chiusura, Vance ha lanciato un messaggio che suona come un ultimatum: “Lasciamo questo incontro con una proposta molto semplice: devono capire che questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno”. La finestra diplomatica non sembra chiusa, ma il margine per un’intesa appare, al momento, estremamente ridotto.

