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Elezioni in Ungheria, è il giorno del duello Orbán-Magyar. Immigrazione, diritti civili e il nodo dell’UE: ecco perché il voto può cambiare un’era

Urne aperte in Ungheria dalle 6 di questa mattina per le elezioni parlamentari che potrebbero segnare una svolta storica per il Paese

Elezioni in Ungheria, è il giorno del duello Orbán-Magyar. Immigrazione, diritti civili e il nodo dell’UE: ecco perché il voto può cambiare un’era

Elezioni in Ungheria, seggi aperti per 8 milioni di elettori. Orbán punta al quinto mandato, Magyar favorito nei sondaggi: tra i fattori decisivi il voto dei giovani

Urne aperte dalle 6 di questa mattina in Ungheria per le elezioni parlamentari, un appuntamento che potrebbe segnare una svolta storica dopo sedici anni di governo consecutivo di Viktor Orbán. I seggi resteranno aperti fino alle 19 e sono circa 8 milioni gli elettori chiamati al voto: 7,5 milioni nel Paese e altri 500mila residenti all’estero. La consultazione è seguita con attenzione non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti, per le possibili ripercussioni sugli equilibri politici internazionali.

Gli ungheresi sono chiamati a eleggere i 199 membri del Parlamento attraverso un sistema misto: 106 deputati vengono scelti in collegi uninominali con metodo maggioritario, mentre 93 seggi sono assegnati con sistema proporzionale su liste nazionali e delle minoranze, con una soglia di sbarramento al 5%. L’affluenza si preannuncia elevata, potenzialmente superiore al 70% registrato nel 2022. Tra i fattori decisivi potrebbe esserci il voto dei giovani: circa un milione e mezzo di under 30, una fascia più esposta ai messaggi di cambiamento. Rilevante anche il voto dall’estero: circa 500mila elettori voteranno per corrispondenza, mentre oltre 90mila cittadini temporaneamente fuori dai confini nazionali si recheranno nelle rappresentanze diplomatiche. Le minoranze coinvolgono invece circa 73mila persone.

La sfida: Orbán contro Magyar

Al centro della competizione c’è il confronto tra Orbán, leader della coalizione Fidesz-KDNP e al potere dal 2010, e Peter Magyar, avvocato 46enne e leader del Partito del Rispetto e della Libertà (Tisza). Magyar, ex uomo di fiducia dello stesso Orbán, con cui ha collaborato per oltre vent’anni all’interno di Fidesz, è riuscito in breve tempo a costruire un’opposizione solida, capace di mettere in difficoltà il primo ministro. Secondo i sondaggi degli istituti indipendenti, il suo partito sarebbe in vantaggio con circa il 50% dei consensi, contro il 34-37% attribuito a Fidesz. Previsioni opposte arrivano invece da istituti vicini al governo, che indicano una possibile vittoria della maggioranza uscente.

La campagna si è svolta in un clima particolarmente acceso. Orbán ha più volte denunciato presunte ingerenze esterne, accusando Bruxelles e figure come George Soros di voler influenzare il voto. Il premier ha parlato di un “tentativo organizzato” di condizionare la volontà popolare attraverso pressioni e campagne di diffamazione internazionale. Parallelamente, ha evocato il rischio di disordini e violenze, sostenendo che gli avversari sarebbero sostenuti da interessi stranieri e servizi segreti. Magyar ha replicato invitando alla calma e al rispetto del processo democratico, accusando invece il governo di disinformazione e pratiche scorrette, dalle fake news alle operazioni di intelligence.

Il peso internazionale del voto

Le elezioni ungheresi hanno attirato l’attenzione anche per il coinvolgimento indiretto di attori internazionali. L’ex presidente statunitense Donald Trump ha espresso apertamente il proprio sostegno a Orbán, definendolo “un vero amico” e invitando gli ungheresi a votarlo. Negli stessi giorni, il vicepresidente americano JD Vance ha visitato Budapest accusando l’Unione europea di interferenze nella politica interna ungherese, accuse respinte da Bruxelles.

Un’eventuale vittoria di Magyar potrebbe segnare un cambio di rotta nei rapporti tra Ungheria e Unione europea, dopo anni di tensioni sullo stato di diritto, la corruzione e le politiche su immigrazione e diritti civili. Orbán ha costruito il proprio sistema politico su quella che definisce “democrazia illiberale”, con una linea fortemente sovranista, contraria all’immigrazione e critica verso Bruxelles, spesso descritta come un “impero”. Il governo ungherese ha inoltre ostacolato alcune politiche europee, tra cui gli aiuti all’Ucraina, accusando l’Ue di voler trascinare il Paese in guerra. Nonostante queste tensioni, i sondaggi mostrano che il 77% degli ungheresi è favorevole a restare nell’Unione europea, e anche una parte significativa dell’elettorato di Fidesz chiede un approccio diverso nei rapporti con Bruxelles.

Dopo quattro vittorie consecutive dal 2010, Orbán punta a consolidare il proprio potere con un quinto mandato. Ma per la prima volta da anni, l’opposizione appare compatta e competitiva. Il risultato di queste elezioni potrebbe quindi segnare la fine di un lungo ciclo politico oppure rafforzarlo ulteriormente, con conseguenze destinate a incidere non solo sugli equilibri interni dell’Ungheria, ma anche sul futuro assetto politico dell’Europa.

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