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Netanyahu sapeva dell’attacco del 7 ottobre. La ricostruzione, ecco che cos’ha fatto quel giorno

Qualcuno sapeva, si poteva evitare?

Netanyahu sapeva dell’attacco del 7 ottobre. La ricostruzione, ecco che cos’ha fatto quel giorno
Benjamin Netanyahu

Netanyahu sapeva dell’attacco del 7 ottobre

La Festa delle Capanne era appena finita e lo shabbat cominciava. Nella villa di Cesarea, sul mare, il personale aveva già riposto il fascio di palma, cedro, mirto e salice usato per le preghiere. Benjamin Netanyahu andò a dormire più tardi del solito e — come il principe di Condé di manzoniana memoria — passò una notte tranquilla alla vigilia della strage.

Non aveva lasciato istruzioni per il mattino: dieci giorni prima l’emiro Mohammad Bin Zayed lo aveva avvertito al telefono di un possibile attacco di Hamas, ma quella chiamata non lo aveva scosso più di tanto. Stava per cominciare, dirà lui stesso, «la lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre».

È su quelle ore che Israele oggi si interroga: gli ordini, i ritardi, le omissioni, forse le bugie. Il premier è stato costretto a rendere pubblica la propria cronologia — piena di lacune e di incongruenze — mentre esercito e servizi vengono chiamati a rispondere e si attende, dopo le elezioni, una commissione d’inchiesta. Le domande sono sempre le stesse da 152 settimane: qualcuno sapeva, chi, e si poteva evitare?

6.29 — Un messaggio WhatsApp del generale Avi Gil, addetto militare del premier, annuncia l’attacco. Nessuna registrazione della chiamata. Lo Shin Bet aveva rilevato i primi movimenti nella Striscia da oltre un’ora. «Se mi avessero svegliato — dirà Netanyahu tre anni dopo — sarebbe andata in modo completamente diverso».

6.40 — Quattro minuti sul telefono rosso con Gil. Il premier chiede, irritato, perché l’intelligence non avesse segnalato nulla; domanda se richiamare i riservisti, se sia possibile eliminare i vertici di Hamas, se si possa sigillare il confine: «Ero molto preoccupato che potessero prendere ostaggi». Le inchieste militari accerteranno che l’Idf non riuscì a chiudere la Striscia per ore: 767 soldati contro circa cinquemila assalitori. Un ex funzionario liquiderà così quelle richieste: «Eliminare i leader si fa in un’operazione, non in guerra. E le riserve le stavamo già richiamando alle 8, due ore prima che lo ordinasse». Netanyahu, intanto, non chiama né il capo di Stato maggiore Herzi Halevi né il capo dello Shin Bet Ronen Bar.

7.30 — Il premier sostiene di essersi messo in viaggio verso la Kirya, il comando militare di Tel Aviv, arrivando alle 8. I verbali dello Shin Bet indicano le 8.22, e le 9.03 per la discesa nel bunker; fonti di Canale 12 spostano l’arrivo addirittura dopo le 9. I vicini di Cesarea confermano una partenza più tarda. «Non esiste una ragione per cui servano 45 minuti a organizzare un convoglio», osserva Yair Lapid. Alla stessa ora è già alla Kirya il ministro della Difesa Yoav Gallant, che abita ad Amikam, a ottanta chilometri: Cesarea ne dista venti.

8.40 — Gallant convoca Bar e Halevi per la prima riunione d’emergenza. Netanyahu non c’è.

9.30 — Tre ore dopo l’attacco, il premier convoca finalmente una riunione.

9.47 — Gil legge «per la prima volta» la valutazione preparata da Bar in un briefing delle 5.15, un’ora prima dell’assalto. Perché servirono quattro ore e mezza per farla arrivare al governo? Per Netanyahu è la prova che le informazioni decisive restarono nelle mani dei servizi.

9.55 — Primo colloquio con Halevi, insieme a Bar, Gallant, il capo del Mossad David Barnea, il consigliere per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e il generale Oded Basiuk. Il consigliere Topaz Luk difende il capo: «L’unico che funzionava e gestiva gli eventi era Netanyahu. Tutti gli altri erano sotto choc».

10.30 — La prima telefonata da un leader straniero: l’olandese Mark Rutte, non ancora segretario generale della Nato. Una scelta che molti si sono chiesti come spiegare.

11.35 — Il messaggio in video: «Cittadini d’Israele, siamo in guerra».

12.30 — Riunione nell’ufficio di Tel Aviv con i ministri di Finanze, Esteri, Sicurezza nazionale, Edilizia (le colonie) e Affari strategici.

13.45 — Quasi sette ore dopo l’attacco arriva l’ordine di distruggere le forze di Hamas penetrate in Israele. Ma l’attenzione, dispone il premier, deve restare su Cisgiordania e Hezbollah.

15.15 e 16.15 — Le telefonate con Emmanuel Macron e Joe Biden.

16.30 — L’incontro con Lapid, che sarà durissimo: «Ripete la sciocchezza che non l’hanno svegliato. E quando ti hanno svegliato, che cosa hai fatto? Fino alle 16.30 è stato praticamente inattivo. L’esercito proponeva, lui approvava senza discutere. Da parte sua, nulla: non ha parlato con le comunità, non ha spostato una brigata, non ha dato un ordine, non ha fatto evacuare un solo kibbutz. Ha però trovato il tempo di sentire Rutte, e di dirmi che nemmeno in un momento simile avrebbe rimosso Ben-Gvir e Smotrich, perché non voleva un governo di unità nazionale».

Propaganda elettorale, replica Netanyahu: «Una macchinazione per distogliere l’attenzione da ciò che tutti hanno capito. Bar e Halevi avevano visto i segnali molte ore prima. Se invece di temere l’escalation avessero fermato il colpo, e se mi avessero informato in tempo, quel massacro si sarebbe potuto evitare».