Iran, Pezeshkian sfida gli Usa: “Non ci arrenderemo mai”. Domani Munir a Teheran
“Non ci arrenderemo mai”. Masoud Pezeshkian alza il tono mentre il conflitto tra Iran e Stati Uniti resta sospeso tra una tregua fragile, il fallimento dei negoziati e una pressione economica destinata ad aumentare. In un discorso pronunciato in occasione della Settimana del Governo e rilanciato dall’agenzia iraniana Mehr, il presidente iraniano ha sostenuto che l’obiettivo dei suoi avversari era provocare il collasso della Repubblica islamica, ma che quel piano sarebbe fallito. “L’obiettivo del nemico era il collasso dell’Iran, ma questo non è accaduto”, ha detto Pezeshkian, accusando gli Stati Uniti di esercitare pressioni anche sui Paesi musulmani affinché interrompano i rapporti con Teheran. “Noi non ci arrenderemo mai”, ha aggiunto.
Parole che arrivano in un momento particolarmente delicato. Dopo quasi sei mesi di guerra, Stati Uniti e Iran non sono attualmente impegnati in combattimenti su larga scala, ma neppure sono riusciti a trasformare la tregua in un accordo stabile. Il precedente memorandum raggiunto a giugno è entrato in crisi soprattutto sul dossier dello Stretto di Hormuz, mentre Washington si prepara a introdurre nuove e pesanti sanzioni contro Teheran.
Lo stallo dell’economia iraniana
Sul terreno economico, Pezeshkian deve fare i conti con una pressione sempre più forte e con lo sforzo, a tratti impossibile, di contenere l’inflazione e garantire alla popolazione condizioni di vita dignitose. In precedenza aveva già sostenuto la necessità di arrivare alla fine della guerra “da una posizione di forza”, segnalando come, accanto alla retorica della resistenza, a Teheran esista anche la consapevolezza del costo sempre più alto del conflitto. Secondo Reuters, l’economia iraniana è sottoposta a una pressione enorme: le sanzioni, il blocco dei porti e la quasi paralisi dei traffici attraverso Hormuz hanno colpito le esportazioni e aggravato le difficoltà interne. Il passaggio nello stretto, prima della guerra, garantiva il transito di circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto movimentati a livello mondiale.
In questo quadro si inserisce la nuova missione diplomatica del Pakistan. Il capo dell’esercito, il feldmaresciallo Asim Munir, sarà domani a Teheran per proseguire gli sforzi di Islamabad a favore della pace e della sicurezza regionale, secondo quanto riferito dal ministero degli Esteri iraniano. Il Pakistan si è ritagliato negli ultimi mesi un ruolo di mediatore tra Washington e Teheran e continua a cercare un canale per riportare le parti al tavolo.
La missione di Munir assume un peso ulteriore alla luce dei nuovi equilibri regionali. All’inizio di agosto Pakistan, Arabia Saudita e Turchia hanno firmato a Gedda il Makkah Joint Defence Agreement, un accordo di difesa che prevede che un’aggressione contro uno dei tre Paesi venga considerata un’aggressione contro tutti. L’intesa è stata presentata dai firmatari come uno strumento difensivo e non come un’alleanza diretta contro Teheran, ma arriva in una regione sempre più polarizzata e segna una maggiore volontà dei Paesi musulmani di coordinarsi sul piano della sicurezza. Il Pakistan, legato alla nuova architettura di sicurezza con Riyadh e Ankara, mantiene però aperto il dialogo con Teheran, provando a fare da ponte con Washington. Il viaggio di Munir potrebbe servire proprio a capire se esiste ancora uno spazio negoziale, mentre le posizioni ufficiali delle due parti restano molto distanti.
Teheran continua infatti a chiedere la fine delle sanzioni, la rimozione del blocco sui porti e garanzie sullo stop alle operazioni militari americane. Washington, al contrario, punta a usare la pressione economica per costringere l’Iran a nuove concessioni, soprattutto sul programma nucleare e sulla sicurezza regionale. Il nodo dello Stretto di Hormuz resta uno dei principali ostacoli a qualsiasi accordo.

