Nonostante Donald Trump continui a definirlo “un territorio americano”, lo stretto di Hormuz resta chiuso e non riaprirà “fino a quando gli Usa non cambieranno atteggiamento e rispetteranno i loro impegni”. A dirlo Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, in dichiarazioni riprese dall’agenzia Irna. “Devono prima compiere azioni concrete”, ha aggiunto Rezaei, che ha così ribadito la posizione di Teheran sulla riapertura del passaggio strategico per il traffico energetico mondiale
Una posizione che Teheran ripete da mesi e che sembra stridere con quanto accaduto nel weekend. Secondo quanto raccontato dai media americani, a pochi giorni dalla scadenza, senza esito, del periodo negoziale di 60 giorni fissato a giugno dal memorandum d’intesa Usa-Iran – che prevedeva anche la riapertura dello stretto – nella notte tra venerdì e sabato quasi 40 petroliere sono transitate in entrata e in uscita dallo stretto attraverso il canale a maggiore profondità, per un totale stimato di 16 milioni di barili: il risultato dello sforzo logistico messo in campo nelle ultime settimane da Washington per far passare le navi lungo la rotta meridionale, al largo delle coste dell’Oman.
Nelle stesse ore, secondo media regionali, l’Iran ha concesso un permesso speciale a diverse petroliere irachene, dopo le ripetute richieste di Baghdad rilanciate durante la recente visita in Iraq del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf – anch’egli tra i principali negoziatori iraniani, e a sua volta autore nei giorni scorsi di dichiarazioni analoghe a quelle di Rezaei sulla mancata riapertura dello stretto.
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Il meccanismo di transito, descritto da fonti americane, prevede che ogni notte le petroliere passino in un’unica fila in uscita e in un’altra in entrata, sotto la scorta di caccia dell’aeronautica contro droni e missili da crociera iraniani. Il flusso, avviato dopo una campagna del Comando centrale americano (Centcom) che ha indebolito radar e sistemi di sorveglianza marittima iraniani, ha portato le esportazioni giornaliere a circa 10 milioni di barili, la metà del volume prebellico. Teheran, secondo le stesse fonti, avrebbe perso gran parte della capacità di monitorare il traffico nel canale meridionale e risponderebbe lanciando droni e missili in direzione approssimativa delle rotte presunte delle navi.
Sul piano militare, la risposta di Teheran alle nuove pressioni statunitensi resta muscolare. Il portavoce dell’esercito, Mohammad Akraminia, ha avvertito che l’Iran “risponderà certamente in modo immediato a qualsiasi atto di aggressione”, di portata “anche più ampia” dell’aggressione stessa, precisando che la dottrina militare è passata “da un atteggiamento difensivo a uno offensivo”, pur senza comportare “attacchi preventivi contro il nemico”. Riferendosi allo stretto, ha aggiunto che la via navigabile ha acquisito, dopo la guerra, “un’influenza geopolitica decisiva” per gli obiettivi di politica estera della Repubblica islamica.
Sulla stessa linea le uscite pubbliche del capo di stato maggiore delle forze armate, generale Ali Abdollahi, e del ministro ad interim della Difesa, che hanno visitato per la prima volta uno dei complessi industriali sotterranei del Paese. “Il nemico deve anche sapere che non può combattere contro la volontà di una nazione”, ha detto Abdollahi. Il comandante delle forze navali dell’esercito, Shahram Irani, ha rivendicato il ruolo delle capacità produttive interne nel “mantenere l’equilibrio di potere”, mentre il portavoce del ministero della Difesa, generale di brigata Reza Talaei-Nik, ha affermato che la produzione di alcuni beni strategici per la guerra è “più che triplicata” nei quaranta giorni di conflitto.
Resta, sullo sfondo, anche la provocazione di Donald Trump, che continua a definire lo stretto “territorio americano” – affermazione che Teheran respinge insieme alla richiesta di riapertura, ribadendo che il passaggio resterà bloccato finché Washington non modificherà concretamente la propria condotta nella regione.

