“Siamo pronti a inviare circa 300 consiglieri militari per aiutare gli iracheni a combattere i terroristi. I soldati americani non torneranno in Iraq”. Barack Obama conferma che non ci sarà un nuovo impegno diretto delle forze armate americane nell’Iraq devastato dall’avanzata dei miliziani filo Al Qaeda dell’Isis: “La risposta migliore alla minaccia dell’Isis è dare la possibilità alle forze locali di rispondere”. Il presidente americano annuncia poi la missione del segretario di Stato John Kerry in Medio Oriente per consultarsi con gli alleati. Ma prima di tutto, i leader iracheni devono superare le divisioni e rispondere con un processo politico e non con la violenza alle minacce”. E lancia una nuova critica pesante al presidente Nouri al-Maliki: “Non c’è soluzione militare in Iraq, di certo non guidata dagli Usa, ma solo un processo politico inclusivo può portare a uno scioglimento della crisi”. Anche se “non è il nostro lavoro scegliere i leader iracheni”, ci vogliono “leader politici” in grado di garantire questo processo inclusivo. “Non è un segreto che ora c’è una divisione profonda tra sunniti, sciiti e kurdi”.
Per l’amministrazione Usa è vitale però che la capitale irachena non cada nelle mani dell’Isis. “E’ un buon investimento per gli interessi degli Usa assicurare che il perimetro intorno a Bagdad non venga violato”. Gli Usa, aggiunge Obama, “hanno aumentato la propria intelligence, la sorveglianza e le operazioni di perlustrazione in Iraq per capire meglio quali siano le minacce a Bagdad”.
Secondo quanto spiegato alla Cnn da una fonte del Pentagono, il dispiegamento delle forze speciali avverrà in piccole squadre ed in modo graduale. Le squadre verranno dislocate nelle diverse caserme dell’esercito iracheno ed avranno anche il compito di raccogliere informazioni riguardo alle forze dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante.
Ieri era stato il governo iracheno a chiedere formalmente l’intervento militare americano per fermare l’avanzata dell’Isis. La strategia statunitense, secondo quanto riportato dal ‘Wall Street Journal’, prevede anche un’azione politica per riportare stabilità nel paese con un nuovo governo senza il premier sciita al-Maliki, e con il coinvolgimento delle comunità sunnita e curda. Il premier iracheno, accusato di attuare politiche settarie che hanno scatenato la crisi in corso nel paese, ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di dimettersi.

