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Esteri

di Antonino D'Anna

La notizia – smentita dal Vaticano – non è che il Papa ha telefonato ad Assad. La notizia è che Jorge Mario Bergoglio è perfettamente capace di fare almeno tre telefonate di mediazione:
una ad Assad, una a Barack Obama, una a Vladimir Putin. Francesco, cioè, ha buttato sul piatto della crisi siriana tutto il prestigio personale e mediatico guadagnato in questi primi mesi del pontificato e, con esso, sta misurando il peso diplomatico della Chiesa cattolica sullo scenario mondiale. È questa la prima, vera prova davanti a cui si trova il Papa venuto dalla fine del mondo. Una prova non facile, ma cruciale per il suo papato e per la Chiesa. La situazione, insomma, ricorda per certi versi l'attrito tra USA e URSS dell'ottobre 1962, con i giorni caldi della crisi cubana e i missili sovietici quasi del tutto operativi sulle rampe dell'isola caraibica.

Una grave minaccia ad appena 150 km dalle coste americane, che vide una dura risposta da parte dell'amministrazione di John Fitzgerald Kennedy contrapposta all'Unione Sovietica guidata da Nikita Krusciov. Il mondo, in quell'occasione, è andato molto vicino alla guerra nucleare e all'annientamento. E fu allora che Giovanni XXIII scese in campo, proponendosi dietro le quinte del confronto come mediatore. Diplomatico di lungo corso, Angelo Giuseppe Roncalli poteva contare oltre che sulla sua esperienza, anche sul prestigio della Chiesa cattolica (erano gli anni in cui Pio XII era ancora acclamato come un eroe e come un simbolo dell'anticomunismo militante, visto che nel 1949 aveva peraltro scomunicato i comunisti): fu questo che gli permise di dare una “spinta” alle trattative (gli States si impegnavano a non invadere Cuba e ritirare i missili Jupiter puntati in Turchia contro l'Unione sovietica, mentre i russi avrebbero smantellato le basi cubane).

È rimasto celebre il suo appello, trasmesso da Radio Vaticana il 25 ottobre del 1962, quando il Papa alluse alle parti in causa chiedendo: “Facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace: così eviteranno al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere le spaventevoli conseguenze. Continuino a trattare (...). Promuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra”. Promuovere, favorire, accettare le trattative. Soprattutto accettarle, appunto, come poi accadde. Parole che ebbero subito eco sulla stampa di tutto il mondo e che permisero lo sblocco della situazione. Poi, qualche tempo prima di morire, nel 1963, Roncalli ricevette la figlia di Kruscev in visita in Vaticano. Gli diedero del “papa rosso”, ma non gliene importò più di tanto: l'importante era fare del suo meglio. I fatti di cuba ebbero anche strascichi sul Concilio Vaticano II, che si era aperto l'11 ottobre, pochi giorni prima dello scoppio della crisi: soprattutto il dibattito sulla moralità delle armi nucleari e del loro uso, che vide i vescovi americani concordi – in linea di principio – sull'affermazione di questa dottrina. Affermazione che non venne, e anzi nel 1965 toccherà a Paolo VI salire sul podio al Palazzo di Vetro e affermare davanti alle Nazioni Unite: “Jamais la guerre”, mai più la guerra. Come ha poi fatto Giovanni Paolo II e come ripete adesso Francesco. Cinquant'anni dopo quei giorni di ottobre in cui il mondo trattenne il fiato, c'è adesso un Papa latinoamericano alla guida di una Chiesa acciaccata da Vatileaks e, nel 2010, dallo scandalo della pedofilia nel clero, che molto ha pesato soprattutto sulla Chiesa cattolica americana (e invero, i vescovi yankee si sono schierati contro Obama e la sua richiesta d'intervento in Siria). Una Chiesa, però, che può aumentare il proprio prestigio mostrandosi come mediatore forte – o comunque presente – sulla scena mondiale. E Francesco è davanti ad un punto di svolta del suo pontificato: se riuscirà a scongiurare quella che il Vaticano ha definito come una possibile conflagrazione mondiale, consacrerà (è il caso di dirlo) la sua figura di unico grande leader mondiale. La risposta generosa di non credenti, laici, persone di altro credo alla sua richiesta di digiuno per la pace sabato 7 settembre lo dimostra. Peccato che dall'altro lato del telefono, a Mosca come a Washington, non ci siano Kennedy e Kruscev, ma il capo confuso della superpotenza mondiale che ha avuto un Nobel sulla fiducia (decidano i lettori se meritato o meno), e dall'altro Vladimir Putin. Una parte di pontificato davvero in salita.

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