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Esteri
Patrick Zaki, caro Di Maio di Sfinge ce n'è già una. E ci basta

La difesa è venuta a conoscenza delle accuse ufficiali solo due giorni fa (!). Passaggio che, dopo 19 mesi di carcere preventivo nella prigione di massima sicurezza (neanche fosse un pericoloso terrorista) di Tora, ha generato l’ennesimo intollerabile rinvio di un processo farsa. Giudizio in cui Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna che collaborava con l’Onu Egyptian iniziative for personal rights, rischia cinque anni di carcere. Oltre ai quasi due di cella che si è ingiustamente già fatto. A Zaki, che sta per ricevere la cittadinanza italiana, è contestato un articolo scritto nel 2019 per il sito egiziano Darraj, in cui lo studente elenca le discriminazioni di cui soffrono i cristiani in Egitto.

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Non passa mese senza che vi siano episodi contro i copti in Egitto”, è l’incipit del pezzo. Espressione che in qualsiasi Paese occidentale e in una moderna democrazia verrebbe approcciata con gli strumenti giuridici del normale esercizio del diritto di cronaca o di critica di un attivista, ben lontani dalla diffamazione. Dunque, si tratta di una palese violazione dei diritti umani. Mentre in Egitto viene rinfacciata a Zaki l’insubordinazione (a cosa? E perché?), con il procuratore generale che agita il massimo della pena.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che per competenza è il primo che dovrebbe sentirsi eticamente e responsabilmente investito della gestione del dossier nella compagnie governativa, si sta ispirando, per la propria condotta del caso Zaki, a una non ben precisata strategia del silenzio. Una sua personale interpretazione dell'autoctona Sfinge di Giza che magari si rifà a una delle prime regole del buon diplomatico che è quella del cercare subito punti d'incontro e di dialogo con la controparte estera, con cui si sta trattando. Un mutismo che per l’ex capo politico di un movimento che ha fatto dell’indignazione politica al grido del “Vaffa” contro le istituzioni malfunzionanti, il proprio tratto originario distintivo è anomalo e inspiegabile. Un tratto che, a giudicare ora dalla reazione da encefalogramma piatto nei confronti delle gravi ingiustizie che sta subendo Patrick Zaki, non c’è più traccia (strano!).

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Di Maio, due volte ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (nel governo Conte-bis e in quello, in carica, Draghi), ha quasi due legislature alle spalle ed è ormai di casa alla Farnesina, essendovi entrato il 5 settembre 2019, cinque mesi prima dell’arresto dello studente bolognese all'aeroporto del Cairo da parte delle autorità egiziane.

Il capo della diplomazia italiana non si sente dunque in dover di dire qualcosa, di rompere l’imbarazzante silenzio magari con un gesto eclatante (sarebbe auspicabile), riscoprendo il gusto e il senso della vecchia e sana indignazione che oltre a denunciare la violazione dei diritti a cui è sottoposto Zaki cerchi anche di sventare una condanna che avrebbe dell’incredibile?

C’è tempo fino al 28 settembre, data a cui è stato aggiornato il processo. Forza Di Maio, di Sfinge in Egitto ce n'è già una. Dica qualcosa sul rispetto dei diritti, passi alla storia. L’Italia tutta e la comunità internazionale gliene sarebbero grate. Anche per dare un senso alla delega governativa che le è stata affidata. Dietro lauta retribuzione.

@andreadeugeni

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