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Esteri
Trump vince perché gli americani sono stanchi del buonismo

Di Gianni Pardo

Si profila una nomination di Donald J.Trump come candidato alle elezioni presidenziali americane e bisogna chiedersi il significato del suo successo, soprattutto considerando che il suo stesso Partito lo vede come il fumo negli occhi e sarebbe stato lietissimo di eliminarlo dalla corsa. Ciò che non si era previsto, insomma, è che esistono milioni e milioni di americani che si riconoscono nel suo messaggio emotivo, prima ancora che nel suo programma. Del resto piuttosto fumoso. Ecco perché il fenomeno è interessante sia che Trump ottenga la nomination, sia che non la ottenga.

Si accusa questo magnate d’essere un populista o anche un demagogo, ma non bisogna dimenticare che il demagogo in tanto ha successo, in quanto intercetti le speranze, i sentimenti e i risentimenti del popolo. Trump forse ha capito che gli americani non hanno più fiducia nell’establishment nazionale e sono soprattutto stanchi della cappa buonista, prudente e politically correct che opprime la società. Lo dimostra il fatto che hanno applaudito entusiasticamente quest’uomo che va contro le convenzioni, perdonandogli anche evidenti gaffe. Forse non ne possono più di una società timorosa di essere accusata della minima trasgressione, e si sentono oppressi da una cappa di conformismo occhiuto e intollerante.

Fra le cause della nascita degli Gli Stati Uniti ci furono i quaccheri che desideravano seguire senza impedimenti la loro severissima religione, e ancora oggi nella nazione c’è, oltre a un profondo sentimento religioso, basti pensare alla Bible Belt, un culto della patria tanto ingenuo quanto obbligatorio. Basti pensare all’ambiente generale dei film americani del dopoguerra. Insomma, nel Paese c’è uno spietato sottofondo di conformismo sociale. Per fortuna questo stringente codice ha sempre trovato chi ha cercato di resistergli, a cominciare dalla pubblicazione della “Lettera Scarlatta” di Nathaniel Hawthorne. Seguendo questo filo, dopo la guerra sono state notevoli la reazione al maccartismo e la protesta contro il codice hollywoodiano della decenza nei film. Infine abbiamo avuto l’esempio massimo, il movimento del ’68, che proprio in America nacque. Ma questa guerra si vince molto lentamente. Chissà che Trump non ne rappresenti una battaglia.

Ma tutto ciò non dice nulla della possibile azione di governo di un eventuale Trump presidente: anche perché chi governa deve confrontarsi con la realtà. Uno dei punti sui quali egli ha insistito, ad esempio, è il muro lungo la frontiera col Messico. Ma quanto costa un muro lungo tremila chilometri? E se non si vuole che sia scavalcato, di quanti sorveglianti ha bisogno? Ma l’applauso all’improbabile progetto dimostra che l’elettorato vorrebbe porre un limite alla progressiva “ispanizzazione” degli Stati Uniti. Già oggi, in certe parti della California, il Paese è bilingue. È chiarissimo l’anelito ad un recupero della propria identità. La stessa confessata intolleranza nei confronti dei musulmani non va vista come una assurda discriminazione: è la stessa ostilità degli imperatori romani nei confronti dei cristiani. Roma accoglieva da sempre tutti i culti e reagì con durezza soltanto contro quello che temeva mettesse a rischio lo Stato. Anche gli Stati Uniti sono sempre stati tolleranti nei confronti di tutti: ma se in nome della sua religione un gruppo comincia a compiere stragi, è strano che il popolo ne abbia abbastanza? Trump si è fatto interprete di molti sentimenti inconfessati.

Naturalmente tutto ciò non implica grandi cambiamenti politici. La politica di un Paese è dominata innanzi tutto dalla sua geografia e dalle sue caratteristiche costanti: in una parola, dalla Necessità. Inoltre il Presidente non è un dittatore. Obama ha mostrato di desiderare molto una riforma sanitaria a favore dei poveri (e a spese degli “appena meno poveri”) e il divieto delle armi da fuoco: e tuttavia non ha ottenuto nessuna delle due cose. Per le armi gli americani, con più buon senso di lui, hanno fatto questo ragionamento: già oggi un galantuomo, per avere un’arma, deve sottostare a delle condizioni, mentre i delinquenti se le procurano e basta. E allora, se un pazzo comincia a sparare, è meglio che ci sia qualcuno che può rispondere al fuoco. In Norvegia Breivik è riuscito ad uccidere più di settanta giovani perché fra tutti loro non se n’è trovato uno che potesse rispondere al fuoco. Gli americani hanno una gran voglia di ritorno alla realtà, che sia politicamente corretta o no.

Se Trump riuscisse a far uscire gli Stati Uniti dalla melassa nella quale rischiano di affogare, in molti saremmo contenti del suo successo.

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