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Esteri
Primarie Usa, l'esperienza di Hillary è anche il suo limite

di Paola Serristori

Gelida, occhi di ghiaccio, attenta a non rinnegare i finanziatori del suo “big­pack”, i miliardari di New York, le grandi banche, i colossi farmaceutici. Hillary Clinton, in corsa per diventare il primo presidente donna della storia degli Stati Uniti, si presenta alla platea democratica negli New Hampshire, secondo Stato delle primarie per designare i candidati, più come un politico consumato che una donna che rappresenta l'universo femminile. Abile nel sottolineare che il 60 per cento dei suoi finanziatori sono donne, appare meno efficace nel difendersi dalle domande sui legami con Wall Street ed i poteri forti dell'economia. Sul palco del dibattito organizzato dal canale televisivo CNN non riesce a fornire una risposta convincente sugli stratosferici compensi ricevuti da Goldman Sachs per tenere tre discorsi, prima tentando di allargare il discorso sull'ovvietà di rappresentare New York, dove ha grandi amici, ovvio anche tra le grandi banche ed i fondi di investimento, e non di meno tra le lobbies, alla fine riparandosi dietro al “non sapevo, ero impegnata nella corsa presidenziale”. Lo dice mentre a Washington il Congresso si appresta ad riesaminare i prezzi dei farmaci e questo lascia intendere l'importanza per i grandi gruppi economici di avere più di un alleato. Clinton ha riconosciuto ancora una volta il suo errore nel voto a favore dell'intervento militare in Iraq ed assicurato che l'invio di truppe americane, se lei sarà presidente, come ha sottolineato di essere certa di diventarlo, avverrà solo dopo che le vie diplomatiche non avranno portato risultati e ci sarà un pericolo, non solo da parte dell'Isis, ma del terrorismo dall'Africa ed anche dall'Asia del Sud, contro il popolo americano. Analogo schema applica ad ogni quesito, prospettando più una grande propensione all'ascolto, caso per caso, che un indirizzo preciso. Hillary è la prosecuzione della politica di Bill, è uno dei Clinton (la figlia Chelsea ha già fatto sapere che non esclude di correre in politica in futuro), non una presenza femminile di novità. Il suo attacco al rivale Bernie Sanders è l'allusione costante, oltre alle parole espresse, di non avere l'esperienza per realizzare i programmi mettendo d'accordo le posizioni, di cui il Congresso, dove le lobbies sono spesso rappresentate in forze dai repubblicani, costituisce il principale esempio.

Sanders, che parla alla “pancia” degli elettori senza usare toni eccessivi, non è comunque uno sprovveduto. “Clinton progressiva? A giorni. Come puoi essere progressiva se ricevi i capitali di Wall Street?”, argomenta. La forza di lei? “Sono i media. Ogni volta che lei dice qualcosa, in qualunque contesto lo dice, i media riportano 'il segretario di Stato ha detto... '”. E sottolinea: “Se il tuo avversario ha 'super­packs' di trilioni, i milioni raccolti coi contribuiti individuali di operai, delle persone della classe media, vanno vanificati. Clinton ha la più forte organizzazione politica del Paese. Il marito è stato Presidente, lei Segretario di Stato. Quando abbiamo cominciato questa campagna non avevamo soldi, non avevamo organizzazione, eravamo quarantacinque punti dietro di lei. Ma la gente è stanca, la classe media soffre”. Se Clinton chiede scusa per la guerra in Iraq, Sanders non trascura un altro “errore” estero di Hillary: “Lei ha sostenuto la politica verso la Cina e questo ha messo in crisi i lavoratori americani”. Sanders parla di “rivoluzione politica”, ma non è un reazionario. Ricorda di controllare il suo lavoro passato, i risultati che ha ottenuto nell'ottenere un compromesso coi repubblicani del senatore McCain e l'apprezzamento per lui alla Camera dei Rappresentanti. E sulle missioni militari, il senatore del Vermont Bernie Sanders dice: “Io ho votato contro la guerra in Iraq, prevedendo che un intervento militare avrebbe destabilizzato l'intera regione. E' accaduto questo”. Nella lotta al terrorismo internazionale: “Sono del parere che occorre una larga coalizione con truppe musulmane che devono distruggere l'Isis, perché l'Isis è un fenomeno religioso, che deve essere combattuto dai musulmani. La coalizione estera serve a supportarli. Sul fronte interno, bisogna aumentare l'intelligence su chi arriva tra i rifugiati e su internet, perché esso è un mezzo di reclutamento di massa. Dobbiamo distruggere l'Isis in modo intelligente”. Ancora Sanders, su un punto cruciale: “Prima di questa campagna presidenziale i giovani non andavano a votare, l'80% dei giovani, e questo significa che i politici sono eletti dalle lobbies e dai finanziatori. Ora i giovani sono ritornati ad occuparsi di politica. Questa non è la campagna per eleggere un presidente, io rappresento ciascuno di voi”. Nello Iowa, in effetti, gli studenti sono usciti dai college per fare il porta a porta e sostenere la candidatura di Sanders. Lo slogan di Hillary Clinton è: “Io combatterò per voi”. Appunto. Sul “voi” i dubbi dell'elettorato progressista americano.

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