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Esteri
Il reportage di Affari/ Marcia repubblicana, lezione storica contro il razzismo

di Paola Serristori

“LA REPUBLIQUE CONTRE LE FANATISME”, è il secondo messaggio più visto a Parigi, dopo “JE SUIS CHARLIE”, tra il popolo che dice basta alla violenza. “Parigi è oggi la capitale del mondo”, ha chiosato il presidente François Hollande, prima di lasciare l'Eliseo. Alle tredici, due ore prima dell'appuntamento per la sfilata, le strade attorno a Place de la République erano già piene di gente. In tanti sono arrivati non solo da altre città francesi, dove pure sono organizzati raduni contro la violenza ed il razzismo, ma anche dall'estero. I volti rivelano i tratti caratteristici delle origini nei diversi Continenti. Molti francesi sono nati da coppie miste, da tre-quattro generazioni. Si incontrano persone sulla sedia a rotelle, anziani col bastone di sostegno, giovanissimi, bambini, e le loro famiglie, amici. Tanti rispondono alle domande dei giornalisti con voce rotta dal pianto. Bandiere francesi all'esterno delle abitazioni, sui portoni. C'è la consapevolezza di partecipare ad un avvenimento storico, di fare la Storia, migliore di ieri. Lo slogan è “Char-lie Char-lie”, scandito con applausi. “La fierezza di essere francesi contro il ridicolo della violenza di questi giorni”, dice Elsa Wolinski, figlia del disegnatore tra le vittime degli estremisti.

I pannelli luminosi in città, utilizzati di solito per le informazioni stradali, indicano: “JE SUIS CHARLIE”. Una folla impressionante di migliaia e migliaia di persone, compatta, si è unita. E' una riunione spontanea, non politica. I francesi esprimono in questo modo ciò che pensano del fanatismo. “EUROPE MUST BE CHARLIE”, c'è scritto su un altro cartello. Molti dichiarano di essere venuti per la prima volta ad una manifestazione. La virtù cardinale della Repubblica francese è la fraternità. Si ha diritto di parlare di tutto, di ridere di tutto, la libertà è questo. E' il mondo che manifesta contro il terrorismo. Gli spagnoli hanno già conosciuto il terrore a Madrid, gli inglesi a Londra, gli americani a New York. Tantissimi cartelli “JE SUIS CHARLIE”, chi è venuto con candele che accende e posa in piazza, come già in rue Nicolas Appert e Porte de Vincennes, i luoghi dove i terroristi hanno ucciso.

Intanto all'Eliseo il presidente François Hollande ha iniziato a ricevere le delegazioni straniere alle 9, a cominciare da quella ebraica, che ha avuto quattro vittime nell'hyper cacher. Via via i capi di Stato, i primi ministri. Foto con tutti. Il premier italiano Matteo Renzi è l'unico che si è avvicinato ai media per rilasciare un'intervista televisiva in un francese con accento tipicamente italiano, ma dalla sintassi perfetta nella prima parte ufficiale, di riconoscimento dell'impegno comune contro il terrorismo, un po' meno in risposta alle domande, per qualche “mélange” con parole inglesi, ma perdonabile per l'uso apprezzato dai francesi della loro lingua. Renzi ha aggiunto un pensiero più privato: “Io penso che quello di oggi sia un messaggio molto molto forte dai cittadini, dalle streets, strade. Io ho ricevuto molti messaggi da cittadini, sul mobile, sui social network, che oggi hanno deciso di prendere un aereo e venire qui a lanciare un messaggio internazionale”.

Per i francesi ha molta importanza, a sottolineare l'unità, l'immagine dell'attuale presidente attorniato dal predecessore Nicolas Sarkozy e dagli uomini politici con incarichi importanti nella storia della Repubblica. La strada che corre intorno all'Eliseo è altrettanto affollata, di poliziotti, auto che bloccano l'accesso in diversi tratti, tra Avenue de Marigny, rue du Faubourg Saint-Honore. All'interno del perimetro blindato dai tiratori scelti cinque pullman, che sono stati preferiti come mezzo di trasporto delle personalità politiche e della scorta. I Capi di Stato sono usciti dal cortile del palazzo mescolati tra loro, la Cancelliera Merkel accanto ad emiri, dietro di loro il primo ministro Cameron. Il primo risultato politico è stato ottenuto: un summit internazionale contro il terrorismo si terrà il 18 febbraio a Washington. Va dato atto al presidente Hollande di aver avuto il coraggio di prendere in mano la situazione politica con estrema fermezza, ma senza cambiare il passo, senza cedere al populismo della repressione, puntando piuttosto su un miracolo della diplomazia che ha trasformato il dramma di una capitale, un domani di un Paese, in un miracolo di coesione del mondo intero contro la violenza. Hollande è stato l'ultimo a lasciare l'Eliseo, accanto al sindaco di Parigi Anne Hidalgo. Dal cielo elicotteri sorvegliavano il passaggio del convoglio.

Atmosfera composta, ai cortei si percepisce di solito tensione, qui prevale il silenzio. Ci sono immagini forti in questo dramma che ha scosso Parigi, la Francia, l'Europa, ed il mondo intero. Le più terribili resteranno nella memoria dei sopravvissuti, per i quali lo Stato francese ha subito attivato un servizio di psicologia. In una delle scene diffuse sui network internazionali, il poliziotto Ahmed, già a terra, viene ucciso, a colpi di kalashnikov dal terrorista franco-algerino. “Mio fratello era musulmano ed è stato ucciso da falsi musulmani”, dichiara Abdelmalek Merabet. In quel punto, sul marciapiede di Boulevard Richard Lenoir, è stato issato tra gli alberi un grande striscione: “JE SUIS CHARLIE”. “Je Suis Charlie” vuole dire “voglio vivere insieme”. I familiari delle vittime sono alla testa della marcia. Mercoledì, in un milione di copie nelle edicole, Charlie Hebdo continuerà a vivere. E così la libertà in Francia, in Europa, e nel mondo.

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