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Russia-Nato, è escalation? L’esperto: “Il Cremlino testa l’Europa, ma il rischio di uno scontro diretto non è da sottovalutare”

L’analista Franz Simonini ad Affaritaliani spiega la strategia del Cremlino dietro le ultime provocazioni e avverte: l’incognita più grande resta la risposta degli Stati Uniti

Russia-Nato, è escalation? L’esperto: “Il Cremlino testa l’Europa, ma il rischio di uno scontro diretto non è da sottovalutare”

Russia-Nato, Simonini: “Mosca alza il livello dello scontro”. E resta l’incognita dell’intervento Usa”

Mentre si moltiplicano gli incidenti lungo il fianco orientale della Nato, torna a salire la tensione tra Mosca e l’Alleanza Atlantica. Nella notte tra il 14 e il 15 settembre due Eurofighter dell’Aeronautica militare hanno abbattuto un drone entrato nello spazio aereo lituano dalla Bielorussia, mentre poche ore prima una fregata russa aveva lanciato due razzi di segnalazione contro un elicottero danese.

Episodi che si inseriscono in una sequenza sempre più fitta di provocazioni e sconfinamenti ai confini orientali dell’Alleanza e che alimentano gli interrogativi sulla strategia del Cremlino. A rendere il quadro ancora più delicato sono le parole di Nikolai Patrushev, secondo cui, in caso di guerra con la Russia, la Polonia potrebbe “cessare di esistere in due o tre giorni”.

Mosca sta dunque deliberatamente testando i limiti e i tempi di reazione della Nato? E quanto è concreto oggi il rischio che uno di questi incidenti possa trasformarsi in uno scontro diretto? Ma soprattutto, dove si colloca la soglia oltre la quale l’Alleanza potrebbe decidere di reagire militarmente? A fare chiarezza è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la strategia russa sul fianco orientale, il rischio di un’escalation con la Nato e il peso dell’incognita americana sugli equilibri dell’Alleanza.

Tra il drone abbattuto in Lituania e l’incidente tra la fregata russa e l’elicottero danese, siamo ancora di fronte a provocazioni isolate o Mosca sta deliberatamente testando i limiti e i tempi di reazione della Nato?

“Nella notte fra il 14 e il 15 settembre due Eurofighter dell’Aeronautica militare hanno abbattuto un drone entrato nello spazio aereo lituano dalla Bielorussia. È il primo distrutto nei cieli della Lituania dall’inizio della guerra. Tipo e provenienza del mezzo restano ignoti, anche se i sospetti ricadono su una provocazione moscovita. Lo stesso 14 settembre una fregata russa in acque internazionali ha lanciato due razzi di segnalazione contro un elicottero dell’aviazione danese, uno dei quali è passato a breve distanza dall’apparecchio. Copenaghen ha reagito convocando l’ambasciatore russo. Non si tratta però di episodi isolati. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli incidenti ai confini orientali della Nato, fino al recente attacco russo in Volinia, a pochi chilometri dalla Polonia. Sono tasselli di una medesima manovra, tesa ad alzare il livello dello scontro in vista del negoziato dei prossimi mesi. Mentre il fronte rallenta, il Cremlino sposta la pressione sulle retrovie europee, puntando a erodere l’appoggio all’Ucraina. L’obiettivo è indurre le cancellerie europee ad abbassare i toni e, allo stesso tempo, testarne le capacità, mentre Washington cerca un compromesso che le consenta di districarsi dal quadrante”.

Patrushev ha affermato che, in caso di guerra con la Russia, la Polonia “cesserebbe di esistere in due o tre giorni”. Quanto va presa sul serio questa minaccia e quanto è concreto oggi il rischio che uno di questi incidenti possa innescare uno scontro diretto tra Russia e Nato?

“Al di là delle ripicche dialettiche, i rapporti fra Russia e Polonia restano storicamente tesi. Per Varsavia una Federazione russa ridimensionata in potenza, e non soltanto militare, costituirebbe un vantaggio strategico di prim’ordine. Di qui la prontezza con cui ha sostenuto Kiev sin dalle prime fasi della guerra. Con un conflitto in corso alle porte, il rischio di un incidente capace di innescare uno scontro su larga scala resta sempre concreto. Però, a dispetto delle provocazioni verbali e delle azioni indirette sul campo, tanto il fronte occidentale quanto il Cremlino si sono finora tenuti a debita distanza per scongiurarlo. A ciò si aggiunge l’incognita di un possibile rifiuto di Washington di intervenire direttamente qualora una crisi profonda investisse il fianco orientale dell’Alleanza atlantica”.

L’abbattimento del drone da parte dei caccia italiani segna un salto di livello nella risposta dell’Alleanza? Qual è oggi la linea oltre la quale la Nato potrebbe decidere di reagire militarmente a una provocazione russa?

“L’abbattimento del drone non rappresenta di per sé una svolta, ma rientra nelle procedure di difesa dello spazio aereo Nato. La linea oltre la quale l’Alleanza reagirebbe militarmente si articola invece su più gradini. Abbattere un drone sopra il proprio territorio è ormai una prassi difensiva e non comporta un’escalation di per sé. Il gradino successivo è la consultazione prevista dall’articolo 4, alla quale ciascun membro può ricorrere quando ritiene minacciate la propria integrità territoriale o la propria sicurezza. La soglia dell’articolo 5 presuppone invece un attacco armato certo nella paternità e intenzionale nella natura, con vittime o danni su larga scala a unità militari e infrastrutture critiche. Anche allora il trattato non prevede automatismi, lasciando a ciascun alleato la scelta dell’azione ritenuta necessaria. La clausola è stata invocata finora una sola volta, all’indomani dell’11 settembre 2001. Di qui il limbo in cui l’odierna ambiguità americana consente di muoversi tanto a Mosca quanto alle capitali europee”.

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