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Sabotaggi, Politi (NATO Foundation): “Un’ovvietà, Kallas non crei psicosi. L’Europa paga il conto e l’Ucraina è dissanguata”

Dalle minacce cyber alla guerra ibrida, il punto ad Affaritaliani del direttore della NATO Defense College Foundation sulle sfide e sui reali rischi per l’Italia e l’Europa

Sabotaggi, Politi (NATO Foundation): “Un’ovvietà, Kallas non crei psicosi. L’Europa paga il conto e l’Ucraina è dissanguata”

“Allarmi russi? Serve la prova. L’Europa paga il conto e l’Ucraina è dissanguata”: parla Alessandro Politi

Mentre l’Europa rafforza il sostegno all’Ucraina e aumenta la produzione di armamenti, il rischio di nuove operazioni di sabotaggio e di attacchi ibridi torna al centro dell’attenzione europea. L’Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas ha lanciato l’allarme, sostenendo che dalle informazioni di intelligence emergerebbero piani russi per nuovi attacchi contro le democrazie europee, con l’obiettivo di dividere e intimidire le società occidentali.

Ma quanto è concreto questo rischio? Quali sono le infrastrutture più esposte e quali obiettivi potrebbe prendere di mira Mosca? E soprattutto, come può l’Italia prepararsi a eventuali operazioni di sabotaggio senza trasformare la sicurezza in una corsa all’allarmismo?

A fare il punto è Alessandro Politi, direttore della NATO Defense College Foundation, che ad Affaritaliani analizza la minaccia della guerra ibrida, dalle infrastrutture strategiche agli attacchi informatici, passando per disinformazione e ingerenze.

Kaja Kallas ha parlato di nuove operazioni di sabotaggio che la Russia starebbe preparando contro le democrazie europee. Quanto è concreto oggi questo rischio e quali potrebbero essere i principali obiettivi?

“Quando si lanciano questi allarmi, spesso ci si dimentica che abbiamo già vissuto dinamiche simili durante la Guerra Fredda. Certo, in modo diverso, ma all’epoca dovevamo affrontare persino gruppi terroristici, non solo sabotaggi o attacchi cibernetici. Da questo punto di vista, ciò che afferma Kallas è quasi un’ovvietà.

Tuttavia, bisogna fare attenzione: non è che ogni volta che si verifica un incendio o un’esplosione ci siano dietro i russi. Serve dimostrarlo con le prove, altrimenti si rischia di alimentare una psicosi, e la psicosi finisce per favorire proprio Mosca.

Detto ciò, è chiaro che di fronte alla fornitura all’Ucraina di armamenti ad alta tecnologia capaci di colpire in profondità il territorio russo, una delle risposte prevedibili sia una campagna di sabotaggi. Gli obiettivi primari sono facilmente individuabili: la prima linea d’azione riguarda tutto ciò che alimenta lo sforzo bellico ucraino. È un perimetro relativamente circoscritto che non ha l’impatto negativo sull’opinione pubblica che avrebbe, ad esempio, la distruzione di infrastrutture di uso quotidiano per la popolazione del paese NATO colpito”.

Dalle infrastrutture energetiche ai cavi sottomarini, fino agli attacchi informatici: quali sono oggi i punti più vulnerabili dell’Italia e dell’Europa rispetto alla guerra ibrida?

“È difficile stilare una mappa precisa: si può fare un elenco di obiettivi desiderabili per l’avversario, ma l’effettivo grado di vulnerabilità è un dato classificato. Nessun Paese dichiara pubblicamente quali siano i propri punti deboli.

In linea di massima, gli obiettivi privilegiati restano quelli che permettono di produrre o far affluire armi, tecnologia e competenze all’Ucraina. In Italia, come altrove, il campo informatico presenta diverse vulnerabilità, anche se con il prosieguo degli attacchi pure gli operatori privati sono diventati molto più vigili.

Va detto che le minacce cyber non arrivano solo dalla Russia; serve una visione più ampia. Le offensive informatiche possono giungere da qualsiasi direzione, e le più insidiose sono talvolta quelle condotte dai cosiddetti “amici”, proprio perché più difficili da individuare. La sicurezza cyber è una realtà operativa attiva H24, ma lo era già prima del 2022. Inoltre, esistono attori privati che compiono attacchi cibernetici: non ci sono solo i “cattivi” statali.

Ci sono poi, naturalmente, i cavi sottomarini e le grandi infrastrutture energetiche, che rientrano in un elenco ormai noto. Ma ciò che conta davvero oggi è quello che impatta direttamente sull’Ucraina: ad esempio, stiamo vedendo come i russi stiano attaccando le navi granarie per bloccare le esportazioni di cereali ucraini, ed è un segnale molto preoccupante”.

Qual è l’obiettivo strategico di Putin con questi attacchi verso l’Europa?

“Gli obiettivi sono molteplici. Il primo, ribadisco, è ostacolare la catena logistica a supporto dell’Ucraina. Vi sono poi le operazioni di influenza, manipolazione e ingerenza. L’obiettivo classico è seminare il dubbio sulla causa ucraina, far credere che difendere Kyiv non valga la pena, che l’élite ucraina sia corrotta e quindi che si stiano “buttando soldi dalla finestra”, o che la guerra sia già persa e l’Europa divisa.

In queste campagne di disinformazione si usano certamente le bugie, ma le più efficaci sono quelle costruite attorno a mezze verità. Un dato di fatto, ad esempio, è che gli americani hanno smesso di inviare aiuti diretti e che oggi siamo noi europei a comprare le armi per Kyiv — oltre al fatto che Washington è sempre stata molto cauta su cosa fornire, e per buone ragioni.

Un altro fatto riguarda i costi: le cifre circolanti sul sostegno all’Ucraina sono spesso sottostimate perché non si fanno i conti fino in fondo. Se non si diluisce il costo sull’intera popolazione ma lo si calcola sulla platea dei lavoratori che pagano le tasse, l’impatto economico in quattro anni e mezzo risulta non banale. Ciò non significa che non valga la pena sostenere Kyiv, ma che occorre aiutare l’Ucraina a resistere all’aggressione e, al tempo stesso, adoperarsi per chiudere questo conflitto.

I russi hanno bisogno di chiudere la guerra, anche se stanno ancora giocando a poker. L’Ucraina è dissanguata: è essenzialmente uno Stato fallito, che non ha dichiarato default solo per via del sostegno politico alleato, con una situazione finanziaria ben più grave di quella della Grecia a suo tempo.

L’Europa sta sostenendo il peso economico di tutto questo: paga i costi energetici, copre il bilancio statale ucraino e finanzia le forniture militari. Abbiamo prosciugato i nostri arsenali — pur non potendoci disarmare completamente — e stiamo sostenendo i costi dell’aumento della produzione di munizioni d’artiglieria, sforzo preso in carico da noi e non dagli americani. Aumentare la produzione non è sbagliato, anche perché dobbiamo ricostruire la nostra deterrenza convenzionale, pur dovendo ancora valutare con precisione quali saranno le reali capacità residue della Russia al termine del conflitto o allo stato attuale, viste le perdite subite”.

Come dovrebbe prepararsi concretamente l’Italia per prevenire eventuali operazioni di sabotaggio? Servono maggiori investimenti nell’intelligence, nella cybersicurezza o nella protezione delle infrastrutture strategiche?

“In un certo senso le risorse non bastano mai. Si può senz’altro spendere di più su determinati settori, ma la cosa davvero importante è colmare le falle di sicurezza più preoccupanti.

Soprattutto, l’elemento fondamentale è poter contare su una classe politica e dirigenziale — anche in ambito economico — che sia consapevole: che non minimizzi i rischi, ma che allo stesso tempo non ceda all’allarmismo. Serve una comunicazione responsabile verso i cittadini, cosa che in tempi di campagna elettorale può risultare complicata, ma resta la vera chiave per gestire la situazione”.

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