Esteri
Ecco perché le sanzioni europee per la guerra in Ucraina rischiano di cadere
La riapertura dei canali diplomatici tra Stati Uniti e Russia ha messo a nudo le contraddizioni dell’Unione Europea...

Russia, così le sanzioni europee rischiano di cadere
Bruxelles continua a sostenere una politica di restrizioni che potrebbe crollare sotto il peso delle contestazioni legali. Un numero crescente di imprenditori e familiari sanzionati sta progressivamente smontando le argomentazioni su cui si basavano le misure nei loro confronti. L'ultimo caso riguarda Gulbakhor Ismailova: i media e la polizia tedesca hanno dovuto smentire l'affermazione secondo cui sarebbe la proprietaria effettiva dello yacht Dilbar, ipotesi che aveva giustificato le sanzioni europee nei suoi confronti.
La riapertura dei canali diplomatici tra Stati Uniti e Russia ha messo a nudo le contraddizioni dell’Unione Europea, costretta a inseguire Washington sul tema della risoluzione del conflitto in Ucraina. Una difficoltà resa ancora più evidente dai recenti sviluppi che hanno messo in discussione alcune delle basi su cui Bruxelles ha fondato il regime sanzionatorio nei confronti di soggetti ritenuti vicini al Cremlino. Tra gli ultimi casi, quello di Gulbakhor Ismailova, ginecologa di professione e sorella del miliardario russo di origine uzbeka Ališer Usmanov, a cui il Consiglio dell’UE continua ad attribuire la proprietà dello yacht di lusso Dilbar, nonostante numerose prove contrarie.
Si tratta di una circostanza importante perché proprio la proprietà dello yacht sarebbe uno degli elementi su cui si fondano le sanzioni UE. Secondo le autorità europee, infatti, Usmanov starebbe nascondendo i propri beni, Dilbar compreso, con il sostegno della sorella. Questa ipotesi si basava sui dati forniti al Consiglio dell’UE dall'Ufficio federale di polizia criminale tedesco (BKA). In seguito, tuttavia, la polizia tedesca è stata costretta a smentire questa affermazione e a cancellare i relativi post dall'account ufficiale su X. Anche l’agenzia di stampa tedesca DPA, che in precedenza aveva diffuso un articolo in merito alla proprietà dello yacht, ha dovuto rimuoverlo. Una decisione che ha innescato una reazione a catena, con più di una dozzina di testate giornalistiche tedesche costrette a eliminare a loro volta i rispettivi reportage.
La proprietà dello yacht non sarebbe quindi confermata e, con essa, cadrebbe uno dei principali capisaldi su cui si fondano le sanzioni. Come dimostrato dagli avvocati di Ismailova, infatti, lo yacht Dilbar fa parte dei beni di un trust creato da Usmanov per la pianificazione ereditaria molto prima dell’escalation del conflitto in Ucraina. Inoltre, la sorella dell’imprenditore russo di origine uzbeke non ha mai avuto alcun diritto di controllo o gestione degli asset del trust. In una recente intervista al Corriere della Sera, Ismailova ha respinto le accuse mosse dal Consiglio dell'Unione Europea, secondo cui avrebbe potuto occultare beni attraverso i trust istituiti dal fratello. Lei stessa ha definito questa affermazione «assurda» e ha segnalato di aver «firmato tutti i documenti necessari» rinunciando formalmente a qualsiasi beneficio derivante dai beni inclusi nei trust.
La situazione del Dilbar ha sollevato un dibattito sulla validità delle informazioni utilizzate dalle istituzioni europee per giustificare le proprie misure sanzionatorie. Il caso Ismailova non è il primo a riguardo. Nell’ottobre 2023, la Corte di giustizia dell’UE ha annullato le sanzioni imposte a Olga Aiziman, ex moglie del banchiere Mikhail Fridman, sanzionata dall’UE a causa di un presunto “legame” tra di loro. Aiziman è riuscita a dimostrare che il Consiglio dell’UE aveva basato la sua decisione su fonti poco attendibili, citando “articoli non datati provenienti da siti web non affidabili i cui autori sono talvolta sconosciuti”. La sentenza della Corte elenca diverse di queste fonti, riconducibili in parte a social network anonimi e a siti contenenti informazioni non verificate.
Nel caso dell’imprenditore Grigory Berezkin, come rivelato da Politico, almeno una delle fonti su cui si basano le sanzioni a suo carico proviene da un bot. Lo stesso articolo ha inoltre svelato che, per giustificare le restrizioni contro il magnate dei fertilizzanti Moshe Kantor, sono stati utilizzati informazioni provenienti da un sito web di cucina e da articoli contrassegnati come “contenuti pubblicitari”.
Secondo Michael O'Kane, avvocato londinese dello studio legale Peters & Peters, "a differenza dell’Ufficio degli Esteri del Commonwealth, l'equivalente del nostro ministero degli Esteri, che generalmente basa le sanzioni su pubblicazioni credibili, l'Unione Europea tende a fondare le proprie decisioni su prove tratte anche da social media e post di blog non verificati".
A tre anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, in occasione dell’adozione del sedicesimo pacchetto di sanzioni dell'UE, cresce il dubbio che gli standard adottati dal Consiglio dell'UE, talvolta insufficienti per dimostrare una reale colpevolezza, stiano diventando ormai prassi consolidata.
Sanzioni poco efficaci e prove deboli rischiano di indebolire la posizione dell’Unione Europea e in uno scenario geopolitico sempre più complesso possono trasformarsi in un boomerang politico e giuridico. La credibilità di Bruxelles come attore internazionale è messa alla prova: continuare a basare decisioni su informazioni errate e non verificate non solo mina l'efficacia delle sanzioni, ma rischia di ridurre il peso dell’UE nei tavoli diplomatici globali.
