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Esteri

Eugenio Dacrema

Le ragioni per essere ottimisti sui risultati di Ginevra II sono poche. E non lo sono solo a causa del clima d’ineluttabile e pessimistico fatalismo, che per gli osservatori occidentali generalmente circonda ogni processo (dalla pace in Palestina alla democratizza-zione in Nord Africa) che dovrebbe portare a un qualche miglioramento all’interno delle società mediorientali. Questa volta ci sono, purtroppo, almeno due ottime ragioni per essere pessimisti, l’una profondamente interconnessa all’altra.

La prima è legata all’intrinseca natura delle guerre civili. La storia dimostra che, mentre le guerre fra stati si risolvono con un accordo diplomatico più della metà delle volte, ciò vale invece solo per uno scarso quinto dei conflitti civili(1).

Il motivo, a dire il vero, è piuttosto intuitivo. Quando viene firmato un trattato di pace – o un semplice armistizio – fra stati, i rispettivi eserciti generalmente si ritirano dietro ai loro confini, pronti a reagire se una delle parti in causa viene meno agli accordi presi. Essi hanno la possibilità di riarmarsi, stringere alleanze, riorganizzarsi e, in generale, di costruire degli incentivi per le altre parti tali che risulti assai più conveniente e meno rischioso rispettare il trattato piuttosto che tradirlo. Questa dinamica, però, non si può applicare ai conflitti civili(2). Se un accordo dovesse essere raggiunto fra il regime di Bashar al-Assad e le forze ribelli, con ogni probabilità esso prevedrebbe per quest’ultime una smobilitazione e una consegna delle armi. Difficile pensare a una possibile integrazione nelle forze di sicurezza. I ribelli si troverebbero quindi a doversi affidare alla buona volontà del regime di portare a termine un serio processo di riconciliazione nazionale che impedisca ritorsioni e sanguinose vendette. A ben guardare la lunga storia del clan Assad al potere, è giustificabile la difficoltà da parte dei ribelli – compresi coloro che ardentemente desiderano la fine delle ostilità – di credere a questa possibilità. Alcuni casi documentati ci parlano già dei comportamenti ambigui del regime nei confronti di alcune unità che hanno accettato temporanei cessate il fuoco(3). Tali episodi rinforzano certamente lo scetticismo già presente tra le fila dei ribelli, la maggior parte dei quali probabilmente preferisce continuare a perseguire delle seppur scarse chance di vittoria piuttosto che andare incontro a una probabile vendetta una volta deposte le armi. È, insomma, ancora una volta la logica del dilemma del prigioniero a rendere difficile la risoluzione di una guerra civile come quella siriana.

Per evitare l’ineluttabile fallimento delle trattative di pace dovrebbero intervenire, secondo le teorie generalmente accettate di governance dei conflitti, parti terze in grado di dare precise garanzie super partes agli attori in conflitto, attraverso incentivi economico-politici e, soprattutto, garanzie militari(4). Qualcuno, insomma, che sia disposto a costituire una seria minaccia per entrambe le parti in causa nel caso queste vegano meno agli accordi presi.

E questo assunto ci porta al secondo motivo di pessimismo: il mondo sta cambiando.

L’inarrestabile declino della (breve) era unipolare ha infatti ricadute dirette sulla gestione di conflitti, soprattutto in un’area da sempre complessa come il Medio Oriente.

Già durante la Guerra fredda questa regione era nota per essere difficilmente inquadrabile all’interno delle macro-logiche dell’era bipolare. Le due superpotenze erano profondamente coinvolte nelle vicende mediorientali – vista la posizione strategica della regione e le sue enormi risorse energetiche – ma ne erano raramente le principali artefici. Urss e Stati Uniti si limitavano il più delle volte a tentare d’influenzare a proprio favore delle dinamiche che avevano logiche proprie interne al sistema di potere della regione(5).

La fine della Guerra fredda ha portato un temporaneo cambiamento in questo quadro. La venuta meno della potenza sovietica ha permesso agli Stati Uniti di esercitare un’influenza senza precedenti nella regione e, per un certo periodo, gli Usa sono sembrati in grado di poterne effettivamente determinare gli sviluppi. È questa l’epoca del primo intervento contro l’invasione irachena del Kuwait, appoggiato da quasi tutti gli stati arabi (compresi molti tradizionalmente ostili a Washington), e dell’inizio del processo di Oslo, che per alcuni anni è sembrato effettivamente in grado di porre fine al più vecchio e simbolico conflitto della regione. L’illusione è però durata non più di un decennio. L’11 settembre e il disastro iracheno hanno mostrato tutte le difficoltà e le debolezze dell’apparente egemonia americana in Medio Oriente. Il magro compromesso che ha portato al ritiro dall’Iraq – che ha sostanzialmente consegnato Baghdad alla sfera d’influenza iraniana – e l’incapacità di prevedere e gestire l’ondata della Primavera Araba ne hanno segnato definitivamente il declino.

Oggi, con il conflitto siriano, siamo di fronte a una sorta di ritorno al passato. Gli Stati Uniti si trovano di fronte – questa volta senza poterlo dominare – al potere crescente di altre potenze internazionali come la Russia (e, silenziosamente in seconda fila, la Cina) mentre sul terreno le influenze determinanti sono tornate a essere quelle degli attori regionali. Se a livello internazionale è quindi facilmente raggiungibile un’intesa di massima fra Stati Uniti e Russia su un accordo di cessate il fuoco, a livello regionale l’ostilità tra Arabia Saudita e Iran non sembra poter avere una fine nell’orizzonte temporale visibile. Finché l’Arabia Saudita – e suoi alleati regionali – continueranno a intravedere la possibilità di mettere fine al regime di Assad – e con esso togliere all’Iran il suo alleato più importante nel mondo arabo – difficilmente il conflitto, anche se a intensità diverse, avrà fine.

Poco potranno fare in proposito Stati Uniti e Russia, a meno che non si impegnino concretamente a mettere in campo un vero intervento militare nel caso le parti non accettino la fine delle ostilità; prospettiva che appare oggi quanto mai lontana.

Nel mondo di oggi, come accadeva nell’era bipolare, la fine reale di un conflitto mediorientale può quindi arrivare solo da un cambiamento nelle dinamiche e nelle strategie degli attori regionali, in primis Arabia Saudita e Iran. Inutile continuare a guardare a Washington, a Mosca o a Ginevra per trovare la soluzione della tragedia siriana. Essa ormai, se esiste, si trova in capitali assai più geograficamente vicine a Damasco.

1. Stephen J. Stedman, Ending civil wars: The implementation of peace agreements, 1991.  

2. Barbara F. Walter, The critical barrier to civil war settlement, 1997.

3. Anne Bernard, “Syrian rebels say cease-fire deals prove deveptive”, New York Times, 16/01/2014.

4. Barbara F. Walter, op. cit.

5. Barry Buzan, Regions and Powers, 2003
Eugenio Dacrema, ISPI Research Assistant

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