Guerra in Iran, l’ambasciatore Ettore Francesco Sequi: “Ecco perché la strategia di Trump rischia di fallire”
Il futuro dello Stretto di Hormuz torna al centro della partita geopolitica mondiale. Mentre Iran e Stati Uniti sembrano avvicinarsi a un’intesa per garantire la sicurezza del principale snodo energetico del pianeta, sul tavolo non c’è soltanto la riapertura del traffico marittimo, ma la ridefinizione degli equilibri di potere in Medio Oriente. Sullo sfondo restano le incognite sulla strategia di Donald Trump, il peso della competizione con la Cina e il rischio che una nuova escalation possa far saltare il fragile equilibrio costruito negli ultimi mesi. A fare il punto per Affaritaliani è l’ambasciatore Ettore Francesco Sequi, tra i più autorevoli diplomatici italiani, già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri, ambasciatore d’Italia in Cina e Afghanistan e presidente di Sorgenia, secondo cui “la vera partita non riguarda semplicemente la riapertura di Hormuz, ma chi scriverà le regole della sicurezza dello Stretto”.
Iran e Stati Uniti sembrano vicini a un’intesa per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Siamo davvero davanti a una svolta diplomatica oppure si tratta di una tregua tattica destinata a durare poco?
“La partita non riguarda semplicemente la riapertura di Hormuz ma soprattutto chi scriverà le regole della sicurezza dello Stretto. L’Iran non vuole solo tenere aperto Hormuz ma trasformarlo da strumento di deterrenza militare a leva politico-economica. Soprattutto, vuole che il mondo riconosca che senza Teheran questo collo di bottiglia strategico non può essere gestito e dunque punta a ottenere un ruolo riconosciuto nella sua gestione. Gli USA vogliono riaprire stabilmente Hormuz, ma senza creare il precedente che un avversario possa trasformare uno stretto internazionale in una leva di pressione politica ed economica. È questo il vero nodo del negoziato. Non si discute soltanto del Golfo. Si discutono le regole della navigazione mondiale. L’accordo è possibile, ma sarà tanto più stabile quanto meno sembrerà che Washington abbia riconosciuto all’Iran un diritto di condizionamento permanente su Hormuz”.
Se fosse confermato che gli Stati Uniti hanno consumato gran parte dei missili di precisione, Trump potrebbe ancora sostenere un confronto con l’Iran o sarebbe meglio capitolare?
“La questione dei missili è importante, ma c’è di più. Trump ha cambiato il rapporto tra guerra e diplomazia. Gli Usa hanno spesso usato la guerra quando la diplomazia falliva. Per Trump, invece, guerra, minacce e diplomazia si intrecciano per mettere sotto pressione l’avversario. Dalla politica americana delle linee rosse si è passati alla politica delle linee mobili. È la geopolitica come continuazione del business con altri mezzi. Questa strategia incontra però un limite: la saturazione strategica. Gli USA devono tenere conto della crisi in Ucraina, contenere la Cina, e mantenere la deterrenza in Medio Oriente. Anche una superpotenza deve scegliere dove concentrare mezzi, capacità industriali e attenzione politica. Per questo Trump non vuole una guerra lunga perché ciò distrae gli USA dalla sfida alla Cina. Il vero fronte strategico americano oggi non è il Medio Oriente, ma l’Indo-Pacifico”.
Quale scenario ritiene oggi più probabile: un accordo più ampio tra Washington e Teheran oppure una nuova escalation militare?
“L’alternativa non è più tra pace e guerra. È tra crisi governate e crisi fuori controllo. Trump cerca una pace che assomigli a una vittoria. L’Iran una sopravvivenza che assomigli a una vittoria. L’Israele, l’indebolimento definitivo della minaccia iraniana. Obiettivi troppo diversi per produrre una pace stabile. Trump sa anche che il tempo politico americano non è infinito. Le elezioni di Midterm si avvicinano e, come il dottor Faust che osserva le lancette avvicinarsi alla mezzanotte, vede restringersi rapidamente il tempo disponibile per chiudere questa crisi con un risultato che possa presentare come una vittoria. Per questo la sua impazienza strategica di rischia di trasformarsi in frustrazione strategica. Dunque è possibile una serie di accordi limitati, continuamente messi alla prova da nuove tensioni. Il Medio Oriente sta costruendo un equilibrio instabile, nel quale la deterrenza serve a tenere aperto il negoziato e il negoziato serve a evitare una crisi regionale, poiché le diverse crisi medio orientali si stanno saldando e trasformando in un unico ecosistema di crisi”.

