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Esteri

Di Loris Zanatta per Ispi - Istituto studi di politica internazionale

Una fitta raffica di elezioni, ora presidenziali ora legislative, ora dall’esito incerto ora dal risultato scontato, scolpirà nei prossimi due anni il nuovo volto politico dell’America Latina. E ci dirà, di passaggio, lo stato di salute delle sue istituzioni, il grado di consenso dei governi uscenti, la fiducia degli elettori nella democrazia. Nessuno dubita che Michelle Bachelet tornerà al potere in Cile, ma assai più dubbio è che vi rimanga Dilma Rousseff in Brasile, mentre pare sancito il tramonto della stella di Cristina Kirchner in Argentina. Chissà poi se Juan Manuel Santos rimarrà in sella a Bogotà ed Evo Morales a La Paz, se Ollanta Humala solleverà il basso indice di gradimento, se Enrique Peña Nieto riuscirà a far passare le sue riforme, se Nicolas Maduro assumerà mai il profilo dello statista. Comunque vada, l’America Latina sarà allora ben diversa da com’è stata descritta dal 2000 in qua. Parlarvi di onde rosa o di altro colore sarà superficiale o errato. Né avrà significato tracciare una linea retta a separare riformismi e populismi.

Non che tale linea non esista, né che il colore dei governi sia indifferente. Ma dietro tali schemi s’impongono altri criteri per orientarsi nell’orizzonte politico regionale. Morto Chávez e ormai evidente il peso della sua eredità sullo sfacelo economico e sul degrado istituzionale del Venezuela, il fronte populista che a Caracas faceva capo ha perso la sua guida. E con essa la forza d’urto che per un decennio ha esercitato sull’intera area. Non solo Maduro non è all’altezza, ma la sua risicata e discussa vittoria elettorale la dice lunga su declino di un modello che pur contando su ricchezze e poteri abnormi ottiene a stento il consenso di metà del paese. Nulla, più del timido tentativo cubano di seguire le orme vietnamite aprendosi al mercato, ne decreta l’ovvio anacronismo. Se poi per un istante l’Argentina kirchnerista aveva pensato di rinverdire gli antichi fasti peronisti subentrando all’astro calante di Caracas, i suoi trucchi economici dalle gambe corte e le sue già numerose batoste elettorali le hanno messo così tanto piombo sulle ali da farla precipitare al suolo.

È dunque finita l’era populista in America Latina? No di certo: ne rimangono qua e là fulgenti esempi, per esempio a Quito, dove però Rafael Correa ha badato bene di coprire il suo populismo di una robusta mano di vernice tecnocratica che lo salvaguarda dalle derive dei suoi compagni di strada; e comunque si può star certi che il populismo riavrà altri ritorni di fiamma e tornerà prima o poi a sfidare il problematico matrimonio dell’America Latina con la tradizione liberale dell’Occidente. Quel che però è al capolinea è il fronte populista che per oltre un decennio pareva dettare i tempi e scandire l’agenda della regione. Non si pensi però che il riflusso populista segni il trionfo dell’onda rosa, di una via grosso modo socialdemocratica capace di conciliare sviluppo economico, equità e democrazia politica. Semmai tale onda ha davvero avuto capacità di tingere col suo colore la mappa regionale, essa appare oggi insufficiente dinanzi alle nuove sfide. Il Brasile, che ne era più di ogni altri emblema, specie quando a tenerne le redini era Lula, fa oggi i conti col suo successo.

Non che i disordini che ne hanno d’improvviso agitato la vita da qualche mese in qua siano da esagerare oltre la loro portata. Quel che però segnalano è che tanta strada rimane al Brasile da percorrere, ora che le aspettative di una società dinamica e di una cittadinanza più estesa e colta non tollerano più ciò che un tempo pareva ineluttabile: sprechi, corruzione, inef-ficienza, familismo, corporativismo, un sistema politico troppo primitivo per un paese sempre più moderno. Nulla fa pensare che il Brasile non saprà rispondere a queste nuove sfide. Ma non è detto che potrà farlo insistendo col populismo temperato dell’ultimo decennio. Dovrà osare di più, scardinare interessi consolidati, riformare lo stato, aprire l’economia, rinnovare il patto tra elettori e partiti su basi più trasparenti.

Chissà se a fare tutto ciò sarà ancora il partito di Lula o se il suo ciclo s’avvicina alla fine. Di certo il Brasile vivrà tempi turbolenti e per un po’ gli sarà difficile ergersi a modello come invece ha fatto finora. E dunque? Che volto avrà l’America Latina tra breve? Impossibile a dirsi, ovvio, ma tutto lascia pensare che sarà una regione a macchie di leopardo, dove a paesi come Cile e Brasile chiamati a fare i conti con le aspettative crescenti di società molto più mature ed esigenti che in passato, se ne affiancheranno altri come Argentina e Venezuela alle prese col delicato e traumatico passaggio dalla sbornia populista alla prosaica realtà; sarà una regione dove i paesi sul Pacifico come Perù e Colombia, cresciuti a ritmi vigorosi, dovranno dimostrare di saper coronare il boom economico con la maturità politica e dove quelli sull’Atlantico, i membri del Mercosur, si troveranno a fare i conti con un’integrazione in panne, cui non saranno certo i rigurgiti nazionalisti degli anni alle nostre spalle a dare soluzione.

La verità, è che dopo un decennio abbondante di robusta crescita economica spinta dal generoso vento dei corsi stellari delle materie prime, s’avvicina per la regione il momento di tirare le somme. Si sta cioè iniziando a vedere chi è stato cicala e chi formica, chi ha dilapidato enormi ricchezze in consumi più utili a colmare le urne a breve che a sviluppare il paese e chi invece ha gestito con oculatezza le vacche grasse ben sapendo che i veri successi si misurano nelle avversità, che ora essi affronteranno con le spalle più larghe. Questo, in fondo, al di là dei modelli economici liberisti o dirigisti, e dei modelli politici più o meno tinti di rosa, sarà il vero crinale dell’America Latina futura. Loris Zanatta, professore di Storia dell'America Latina presso l'Università di Bologna

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