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Esteri
Tanti cloni di Trump in Europa: ecco perché l'America è solo l'inizio

Alla fine Trump ce l'ha fatta e la sua è stata una vittoria netta, a discapito di tutti i sondaggi e delle analisi dei tanti, troppi soloni.

Dal punto di vista di noi europei una cosa è certa: queste sono state elezioni che hanno presentato candidati impresentabili che nessuno avrebbe voluto votare ma alla fine c'era da scegliere e l'America ha pragmaticamente scelto. Piaccia o meno il risultato, come succede da settant'anni a questa parte, il resto del mondo non potrà far altro che adeguarsi e a noi europei non resta che cercare di interpretare le ragioni che hanno portato l'elettorato americano a scegliere un candidato che tutti davano per spacciato ancor prima di presentarsi ufficialmente alla corsa per la presidenza.

L'America ha evidentemente preferito scegliere le piccole bugie di un uomo antipatico alle grandi bugie di una donna altrettanto antipatica. Ha scelto le piccole furbate fiscali, i commenti da spogliatoio e l'abbondanza di superlativi assoluti nella piccola bocca di Trump piuttosto che le parole di un oramai ex-Segretario di Stato sapientemente pesate dalla lunga esperienza politica ma con scheletri nell'armadio grandi come quelli dei tirannosauri.

L'America ha scelto di badare in primis ai propri interessi interni, accogliendo le proposte di Trump in tema sicurezza ed immigrazione, ridimensionando nel contempo l'impatto della propria politica estera negli affari mondiali.

L'America ha scelto di non continuare a costruirsi un grande nemico (la Russia) che sino a ieri era necessario per giustificare le ingerenze della doppia amministrazione Obama in Europa ed in Medioriente.

L'America ha scelto di smettere di venderci l'anacronistica protezione della NATO in cambio di un salatissimo pizzo che l'Europa ha dovuto pagare con il recente deterioramento dei rapporti con un vicino di casa con muscoli grandi come quelli a stelle e strisce. Le parole di Trump in campagna elettorale non lasciano spazio ad interpretazioni: la Russia non è il nostro nemico e Putin non è il demonio, anzi.  Amen.

L'America ha scelto di non lasciarsi invadere attraverso un processo di immigrazione clandestina incontrollata e pare aver preferito le promesse di Trump per l'instaurazione di una politica protezionistica a tutela della propria produzione, è un secondo (ma non nuovo) anacronismo se pensiamo provenire dalla nazione che ha inventato e promosso la globalizzazione, fintanto che essa è stata strumento utile per l'esportazione della propria produzione.

Mai come oggi saranno determinanti i primi cento giorni della presidenza Trump, solo allo scadere di essi potremo dire se le sue promesse elettorali si realizzeranno, ed in quale misura, nel mondo reale.

Nel frattempo all'Europa non resta che imparare due lezioni dalle ultime presidenziali americane. La prima è quella di un popolo che si è spaccato in due in una delle più furiose e scorrette campagne elettorali della storia americana ma che come al solito ha saputo riunirsi ancora prima che venisse comunicato il risultato delle votazioni.

La seconda lezione è che le democrazie occidentali sono guidate da governi che non sanno più rappresentare i desideri dei propri elettori: la sconfitta del'Obamismo, la Brexit nel Regno Unito, la sconfitta del socialismo della Merkel alle recenti elezioni tedesche, la crescente avversione verso le poltiche di immigrazione in tutti i paesi europei e lo scontento sulla gestione della moneta unica sono tutti segnali indicativi di uno stato di insoddisfazione generale che potrebbe spalancare le porte a tanti cloni di Trump nelle prossime elezioni nei vari stati europei, in un futuro nemmeno troppo remoto.

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