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Effetto Trump, gli Usa non sono più il faro della libertà. L'America è una democrazia ridimensionata, competitiva ma illiberale
L'analisi sugli Stati Uniti del tycoon e le prospettive per il futuro

L’obiettivo è un sistema che privilegia l’efficienza decisionale rispetto alla deliberazione democratica
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti sono entrati in una fase storica che pochi, fino a qualche anno fa, avrebbero ritenuto possibile: la progressiva trasformazione del Paese simbolo della democrazia liberale in un sistema politico ibrido, dove le forme democratiche restano in piedi, ma la sostanza si modifica. Non è un’autocrazia compiuta, ma non è più nemmeno la democrazia piena che ha guidato l’Occidente nel secondo dopoguerra. È qualcosa di diverso: un regime competitivo, polarizzato, personalistico, in cui il potere esecutivo tende a espandersi e gli equilibri istituzionali si assottigliano.
Secondo diverse analisi internazionali, gli Stati Uniti stanno assumendo tratti sempre più simili a quelli di un’“autocrazia a bassa intensità”, in cui le elezioni continuano a svolgersi ma il campo di gioco è sempre più sbilanciato a favore del presidente in carica. La seconda presidenza Trump ha accelerato questo processo: la pressione sulle istituzioni indipendenti, la politicizzazione dell’amministrazione federale, l’uso selettivo del potere per colpire avversari politici e media ostili, la gestione securitaria dell’immigrazione e la retorica costante contro “il nemico interno” hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra poteri dello Stato.
Certo, non si tratta in alcun modo di un colpo di Stato, né di un crollo improvviso della democrazia. È piuttosto un’erosione graduale, fatta di atti amministrativi, riforme mirate, sostituzioni ai vertici delle agenzie federali, decreti e interpretazioni estensive dei poteri presidenziali. Un processo che alcuni avvicinano al concetto di “democratura”: un sistema formalmente democratico, sostanzialmente illiberale.
Ma, allora, la democrazia americana è ancora tale? La risposta, oggi, è duplice. Sì, gli Stati Uniti restano a pieno titolo una democrazia: esistono elezioni competitive, una società civile vivace, un sistema giudiziario ancora in parte indipendente. Ma, allo stesso tempo, la qualità democratica è in declino. Alcuni osservatori parlano apertamente di un tentativo di ridimensionare lo Stato di diritto e di un progressivo scivolamento verso forme latenti di autoritarismo. Indubbiamente, il primo anno del secondo mandato di Trump ha mostrato un aumento significativo delle pratiche autoritarie, soprattutto nella gestione dell’immigrazione e dell’ordine pubblico, con operazioni federali condotte in modo aggressivo in numerose città.
A cosa potrebbe portare questa trasformazione? La traiettoria per il futuro sembra abbastanza chiara: un mix di tecnocrazia e autoritarismo centrato sulla persona. Da un lato, Trump punta a un controllo più diretto della macchina amministrativa, riducendo gli spazi di autonomia dei funzionari pubblici e centralizzando le decisioni. Dall’altro, la sua agenda politica – dalle espulsioni di massa ai dazi generalizzati, dalla deregolamentazione ambientale alla riforma delle agenzie sanitarie – indica un modello di governance rapido, verticale, poco incline al compromesso.
L’obiettivo è un sistema che privilegia l’efficienza decisionale rispetto alla deliberazione democratica, la fedeltà personale rispetto alla competenza, la forza simbolica rispetto alla mediazione politica.
Sul piano globale, gli Stati Uniti stanno abbandonando il ruolo tradizionale di “garante dell’ordine liberale”. La politica estera di Trump 2.0 è caratterizzata da tre elementi. Il primo è la transazionalità: ogni relazione internazionale è trattata come una negoziazione commerciale (una transazione). Il secondo è la riduzione degli impegni multilaterali: dalla NATO al clima, l’obiettivo è ridurre i vincoli esterni. Il terzo è l’imprevedibilità strategica, un tratto che molti analisti definiscono, con un ossimoro, “prevedibilmente imprevedibile”. Tutto questo si vede, ad esempio, nel ridimensionamento del sostegno all’Ucraina, in un approccio più duro verso la Cina (soprattutto nel Mar Cinese Meridionale), un rafforzamento dell’asse con Israele e una politica energetica orientata alla “dominanza totale”.
Dunque, che cosa saranno gli Stati Uniti alla fine del secondo mandato? Se la traiettoria attuale prosegue, gli Stati Uniti del 2029 potrebbero essere una democrazia formale, ma con istituzioni più deboli e un potere esecutivo molto più forte; in aggiunta, un Paese profondamente polarizzato, dove la legittimità delle elezioni è contestata da una parte consistente della popolazione; in terzo luogo, una potenza globale meno interessata a guidare l’ordine internazionale e più concentrata su interessi immediati e negoziati bilaterali; infine, un attore geopolitico più imprevedibile, meno affidabile per gli alleati e più assertivo verso i rivali.
In sintesi, l’America di Trump non sta diventando un’autocrazia classica, bensì un sistema ibrido: una democrazia ridimensionata, competitiva ma illiberale, nella quale il presidente esercita un potere crescente e la politica estera è guidata da logiche transazionali. Un Paese che resta centrale nel mondo, ma che non è più – e forse non sarà più – il faro della democrazia liberale.
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