Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Esteri » Trump cede sui Patriot e tende la mano a Zelensky. Kiev respira, ma l’ossigeno di Washington è agli sgoccioli

Trump cede sui Patriot e tende la mano a Zelensky. Kiev respira, ma l’ossigeno di Washington è agli sgoccioli

Gli Stati Uniti forniranno all’Ucraina, con cadenza mensile, i missili patriot. Ad annunciarlo Zelensky, in conferenza stampa congiunta con il presidente serbo Aleksandar Vucic a Belgrado

Trump cede sui Patriot e tende la mano a Zelensky. Kiev respira, ma l’ossigeno di Washington è agli sgoccioli

Ucraina, l’annuncio di Zelensky: “Gli Stati Uniti forniranno intercettori per i sistemi di difesa aerea Patriot”

Gli Stati Uniti forniranno all’Ucraina intercettori per i sistemi di difesa aerea Patriot con cadenza mensile. Ad annunciarlo è stato lo stesso Volodymyr Zelensky, in conferenza stampa congiunta con il presidente serbo Aleksandar Vucic a Belgrado, città che il leader ucraino ha visitato per la prima volta da quando è in carica. “Chi possiede missili e sistemi antimissile? Gli Stati Uniti ne sono i principali produttori”, ha detto Zelensky, rivendicando l’esistenza di accordi già raggiunti con Washington. “Possono aiutarci? Ci stiamo lavorando. Ci forniranno missili mensilmente? Sì. Abbiamo accordi in merito”, le parole del premier ucraino. Ha però ammesso, nello stesso respiro, che queste forniture non basteranno a proteggere integralmente il Paese dagli attacchi russi. Washington, dal canto suo, non ha ancora confermato nel dettaglio le parole del presidente ucraino. Uno scarto pronto a raccontare un negoziato tutt’altro che chiuso, condotto sullo sfondo di scorte americane ai minimi storici.

La storia recente dei Patriot ucraini si è riaperta bruscamente una decina di giorni fa, durante un vertice riservato tra Zelensky e Donald Trump allo Studio Ovale. Secondo una ricostruzione del Financial Times, il presidente ucraino aveva chiesto l’invio di trecento nuovi intercettori entro l’inverno, un numero che avrebbe dato un margine di respiro concreto alla difesa aerea di Kiev nei mesi più duri della stagione fredda. Trump non avrebbe pronunciato un rifiuto esplicito, ma avrebbe preso tempo, richiamandosi alle esigenze del fronte mediorientale.

Nei giorni successivi, però, interrogato dai giornalisti sulla possibilità di inviare missili a lungo raggio o nuove batterie Patriot, il presidente americano ha fatto marcia indietro – a quanto pare, come d’abitudine – affermando che gli Stati Uniti stanno ricostruendo le proprie scorte e che servono “munizioni molto potenti” anche in patria. Ha poi rincarato la dose sull’eredità della precedente amministrazione, sostenendo che Joe Biden avesse svuotato gli arsenali regalando a Kiev armamenti per centinaia di miliardi di dollari.

Il vero collo di bottiglia

Dietro la prudenza di Trump c’è un dato che non è possibile ignorare: il consumo di missili causato dal conflitto aperto con l’Iran, iniziato alla fine di febbraio 2026. Secondo quanto riportato da CNN, le forze armate statunitensi avrebbero bruciato circa l’80% delle proprie scorte di intercettori Patriot e Thaad per proteggere basi e alleati nel Golfo Persico. Le cifre elaborate dal Center for Strategic and International Studies aiutano a inquadrare la portata del problema. Prima dello scoppio della guerra, gli Stati Uniti disponevano di circa 2.200-2.330 intercettori Patriot; alla fine di luglio la disponibilità sarebbe scesa a una forbice compresa tra 759 e 827 unità. Ancora più drastico il calo dei Thaad, passati da 452 unità a un range di 234-278. Il think tank stima che, ai ritmi produttivi attuali, servirà tempo almeno fino alla prima metà del 2029 per riportare gli arsenali ai livelli pre-conflitto.

La tensione si sarebbe fatta sentire anche ai vertici dell’amministrazione: il Washington Post ha raccontato di un Trump furioso durante una riunione a Camp David, convinto di essere stato tenuto all’oscuro della reale entità del problema dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. La Casa Bianca ha bollato la ricostruzione come priva di fondamento. Non è un problema nuovo, in realtà, ma uno strutturale. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina del 2022, l’industria americana produceva circa trecento missili Patriot l’anno, metà dei quali destinati agli alleati. Da allora la produzione è raddoppiata, ma resta lontana dal ritmo di consumo imposto da anni di guerra ininterrotta: prima il sostegno a Kiev, poi la campagna contro gli Houthi in Yemen, poi il conflitto diretto con l’Iran. Come ha sintetizzato l’analista Mark Cancian, per i missili anti-balistici semplicemente non esistono buone alternative sul mercato.

La contromossa di Kiev

Di fronte ai tentennamenti americani, Zelensky ha scelto di cambiare narrazione, presentando l’autoproduzione come piano B credibile piuttosto che come ripiego. Parlando ancora da Belgrado, ha rivendicato la capacità ucraina di costruire in autonomia sia il missile intercettore sia il relativo sistema di lancio, lasciando ai partner internazionali il compito di fornire le componenti più sensibili: radar, sensori e la sensoristica di supporto. Il riferimento è al progetto Freya, avviato dall’azienda della difesa ucraina Fire Point in cooperazione con partner europei, concepito come alternativa ai missili Pac-3 impiegati dai sistemi Patriot statunitensi. L’obiettivo dichiarato è ambizioso sul piano dei tempi: risultati concreti già tra la fine del 2026 e il 2027, laddove altri paesi hanno impiegato decenni per sviluppare sistemi di difesa aerea propri.

Leggi anche: Usa, Trump rafforza la produzione di Patriot: al colosso della difesa Lockheed Martin maxi‑contratto da 59 miliardi

Non è un caso che questi annunci arrivino proprio dalla Serbia. La visita di Zelensky a Vucic, sfociata nella firma di un memorandum d’intesa, è un tassello di un disegno diplomatico più ampio: allargare la rete di rapporti di Kiev anche verso paesi storicamente vicini a Mosca, in un momento in cui il sostegno occidentale mostra segni di affaticamento. Non a caso la trasferta sta già sollevando polemiche interne in Serbia, dove parte dell’opposizione e degli ambienti filorussi contestano l’apertura di Vucic verso Kiev.

Tra le parole di Zelensky e la conferma ufficiale di Washington resta, per ora, un margine di incertezza che vale la pena tenere a mente. Gli Stati Uniti restano il principale, se non l’unico, fornitore di sistemi capaci di intercettare i missili balistici russi; ma le loro scorte sono sotto la pressione di un fronte aperto in Medio Oriente che non accenna a chiudersi in tempi brevi. In questo spazio stretto tra promesse politiche e vincoli industriali si gioca, nei prossimi mesi, la capacità di Kiev di proteggere le proprie città dagli attacchi missilistici russi – sia che arrivino i Patriot americani, sia che arrivi, prima o poi, un sistema tutto ucraino.

LEGGI LE NEWS DI ESTERI