Il Senato Usa prepara dazi fino al 500% contro i Paesi che continuano ad acquistare petrolio, gas o uranio dalla Russia. L’accordo bipartisan con l’amministrazione Trump trasforma l’accesso al mercato americano in una leva geopolitica, ma espone Washington a rincari, ritorsioni e nuove vie commerciali fuori dal dollaro.
Washington chiede agli altri di tagliare Mosca mentre dipende ancora dall’uranio russo
E se l’accesso al mercato statunitense fosse subordinato all’allineamento con Washington o perderlo del tutto?
Questa è la nuova proposta bipartisan emersa dal Senato degli Stati Uniti. L’11 luglio 2026, i senatori Lindsey Graham, Roger Wicker, Richard Blumenthal e Jeanne Shaheen hanno annunciato un accordo con l’amministrazione Trump sul Sanctioning Russia Act, un disegno di legge che potrebbe ridefinire radicalmente il modo in cui il potere economico viene esercitato nel sistema globale.
Al centro della legislazione c’è un concetto radicale: dazi secondari fino al 500% su qualsiasi Paese che continui ad acquistare petrolio, gas o uranio dalla Russia. Se questi Paesi non si conformano, le sanzioni aumentano ulteriormente, con un incremento del 500% ogni 90 giorni.
Si tratta di una pressione economica di portata enorme, forse mai vista. Soprattutto perché solleva una questione molto più profonda: quanta sovranità possono conservare i Paesi del mondo in un sistema in cui l’accesso al mercato viene direttamente collegato con l’allineamento geopolitico?
Questo disegno di legge mette alla prova la capacità dei paesi di mantenere strategie economiche indipendenti. Ma gli Stati Uniti stessi rimangono dipendenti dalle forniture nucleari russe. Nonostante le restrizioni formali, le importazioni di uranio a basso arricchimento sono continuate grazie a sistemi di deroga. Solo nel 2024, gli USA hanno importato dalla Russia uranio arricchito e plutonio per un valore di 624 milioni di dollari.
Oggi, oltre un quarto della domanda statunitense di uranio arricchito dipende ancora dalle forniture russe. La produzione interna è in espansione, ma ci vorranno anni prima che questi progetti riducano significativamente la dipendenza. Fino ad allora, Washington chiede ad altri Paesi di recidere legami che non è ancora stata in grado di sostituire completamente, indebolendo la credibilità di questa strategia.
Nel maggio 2026, il deficit commerciale degli Stati Uniti è aumentato del 42,2%, raggiungendo i 77,6 miliardi di dollari. Gran parte di questo incremento è stato determinato dalle importazioni legate all’intelligenza artificiale e alla produzione avanzata, settori che gli Stati Uniti stanno cercando attivamente di sviluppare.
I critici, tra cui il senatore Rand Paul, hanno avvertito che tali misure potrebbero avere un effetto controproducente, facendo aumentare i prezzi interni, interrompendo le catene di approvvigionamento e mettendo sotto pressione il dollaro. Se si creasse questo scenario, le elezioni di mid term diverrebbero una clamorosa debacle per Donald Trump, già considerato perdente da tutti i sondaggi.
Gli altri paesi, nel frattempo, osservano e si preparano. La Cina ha aumentato le importazioni di uranio russo, espandendo al contempo le esportazioni di prodotti nucleari verso gli Stati Uniti. Il risultato è un ruolo strategico “cuscinetto”: assorbe il rischio geopolitico, mantenendo al contempo la propria influenza commerciale.
Secondo gli analisti di “Think BRICS” online, la posizione dell’India è più limitata. All’inizio di quest’anno, ha ottenuto una riduzione del dazio statunitense del 25% aumentando le importazioni di energia e tecnologia americane. Ora, si trova ad affrontare la possibilità di sanzioni ben più severe, nonostante sia considerata un partner strategico chiave. L’allineamento non garantisce necessariamente la stabilità.
In questo scenario possiamo vedere il crescente utilizzo del commercio come strumento di conflitto finanziario e geopolitico, con i limiti di tale approccio in un mondo che non è più unipolare. Quanto più l’accesso ai mercati occidentali viene utilizzato in modo aggressivo come arma, tanto più forte diventa l’incentivo a costruire alternative: sistemi di pagamento paralleli, corridoi commerciali regionali e nuove architetture finanziarie progettate per ridurre l’esposizione.
La questione non è più se il Sud del mondo reagirà. Dipende tutto dalla velocità, che rende incerti gli equilibri e può riservare sorprese sgradite.

