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Trump-Iran, l’accordo che non c’è. Dal petrolio a Hormuz: che cosa non torna. Analisi

Trump-Iran, l’accordo che non c’è. Dal petrolio a Hormuz: che cosa non torna. Analisi

C’è un accordo per trovare il vero accordo, ma sull’accordo preliminare, allo stato, non sono d’accordo né il presidente Trump né la leadership iraniana. Lo scioglilingua rende bene l’idea, dopo settimane di tregua armata nel Golfo, con tanto di attacchi “difensivi” e rappresaglie, e di finta tregua, con pesantissimi raid, sul fronte libanese.

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I negoziatori hanno fatto del loro meglio. Il risultato, secondo fonti qualificate, sarebbe un Memorandum of understanding che prolunga di 60 giorni il “cessate il fuoco” per lanciare trattative, necessariamente più approfondite, sul programma nucleare di Teheran. Il memorandum stabilisce che la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz sarà “senza restrizioni”, cioè, secondo gli americani, senza pedaggi e senza vessazioni, e che l’Iran, entro 30 giorni, dovrà rimuovere tutte le mine dallo stretto. Il blocco americano sarà tolto man mano che sarà ripristinata la libertà di navigazione, con deroghe alle sanzioni per consentire all’Iran di esportare il proprio petrolio. Al centro dei negoziati successivi sarà la sorte del programma nucleare iraniano e soprattutto dell’uranio arricchito al 60 per cento (per il 90 per cento necessario alla realizzazione di bombe a fissione basterebbero poche settimane di lavorazione). A progressi su questo punto sarà legato lo scongelamento proporzionale degli asset iraniani all’estero.

La guerra tra Israele e Libano (con grande scorno del premier Netanyahu) dovrà finire. Il problema è che né Trump né la “guida suprema” Mojtaba Khamenei hanno approvato il memorandum. Il presidente americano si è preso due giorni per riflettere su due alternative altrettanto spiacevoli per lui: riprendere gli attacchi, con le conseguenze sul costo di benzina e prodotti derivati dal petrolio negli Stati Uniti, con un nuovo scossone al mercati globali e alle borse, con la rivolta delle monarchie del Golfo, con la prospettiva di gestire una nuova fiammata bellica nel bel mezzo dei mondiali di calcio oppure accettare una specie di “guscio semi vuoto” nella speranza di contenere il rischio nucleare iraniano meglio di come abbiano fatto Obama e la comunità internazionale con l’accordo del 2015, che lo stesso Trump denunciò. I falchi repubblicani glielo ricordano ogni giorno, come Catone faceva con il Senato romano a proposito di Cartagine: il pericolo iraniano dev’essere cancellato, punto e basta. Va in questa direzione la decisione del Dipartimento del Tesoro, guidato dal fedelissimo trumpiano Scott Bessent, di introdurre nuove sanzioni sul petrolio dei giacimenti persiani, per aumentare la pressione. E si capisce perché, come spiega il vicepresidente JD Vance, l’inquilino della Casa Bianca “al momento non è nella posizione di avallare l’accordo”.

Il regime di Teheran ha conservato buona parte del suo potenziale offensivo e, per il solo fatto di esserci ancora, può già cantare vittoria. Ma i danni sono enormi, l’economia al lumicino, evidenti le divisioni tra dialoganti laici e clero e pasdaran intransigenti. Questi ultimi hanno fatto sentire ancora la loro voce, con lanci di missili dal sud del Paese verso “un drone americano”: sono le schermaglie che caratterizzano ogni giorno di questa fase di non pace e di non guerra.

Chi vince? Non certo Trump. E’ evidente che l’originario piano del presidente, e dell’alleato Netanyahu – ottenere un significativo successo geostrategico con una guerra lampo – può dirsi fallito. Benché affermi il contrario, il tycoon dovrà tener conto dell’opinione pubblica americana, contraria alla guerra, e dei sondaggi, che lo penalizzano come mai finora. E se anche dovesse raggiungere un accordo con l’Iran, è molto probabile che la versione finale sia più precaria e meno efficace di quella del 2015, frutto della lunga elaborazione da parte degli odiatissimi (da Trump) diplomatici di carriera. “Perché il nemico sia indotto a fare la nostra volontà – scrive von Clausewitz – dobbiamo ridurlo in una condizione più svantaggiosa del sacrificio che da lui richiediamo”. Ma se “ridurlo in una condizione più svantaggiosa” costa troppo sul piano politico ed economico, “sottomettere il nemico alla propria volontà” diventa una chimera.

A cura di Paolo Giordani, presidente dell’istituto diplomatico internazionale

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