Esteri
Nucleare, la guerra è vicina? Massolo: "Tra Usa e Iran negoziati lunghi. Trump potrebbe perdere la pazienza e colpire i siti del Paese"
Intervista a Giampiero Massolo, ambasciatore e presidente di Mundys

“Trump non bluffa: su siti nucleari e missili pronti all'azione militare”. L’analisi dell’Ambasciatore Massolo
In un quadro geopolitico sempre più instabile, segnato dal protrarsi della guerra in Ucraina, dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran e da nuove fratture interne alla politica americana, l’equilibrio internazionale appare oggi più fragile che mai. I negoziati tra Washington e Teheran si muovono tra minacce e diplomazia, mentre sul fronte russo-ucraino i colloqui si alternano a nuove ondate di attacchi. Parallelamente, negli Stati Uniti, le polemiche sull’operato dell’ICE e sull’approccio alla sicurezza e all’immigrazione riaccendono il dibattito politico in vista delle prossime scadenze elettorali.
A fare il punto della situazione è l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente di Mundys, che ad Affaritaliani analizza rischi, equilibri e possibili sviluppi di uno scenario internazionale in continua evoluzione.
Ambasciatore, Trump ha avvertito l’Iran che il fallimento dei colloqui porterà a “conseguenze” catastrofiche. Siamo davanti a un bluff per costringere Teheran a un accordo al ribasso o dobbiamo prepararci a un conflitto regionale entro l’anno?
“Trump si trova in una posizione particolare: ha schierato un imponente apparato militare, percepisce la debolezza iraniana e vuole ottenere un risultato. Si è esposto molto, anche con dichiarazioni forti, ma è al tempo stesso trattenuto dai Paesi del Golfo, che invitano alla prudenza per evitare una destabilizzazione regionale in caso di reazione iraniana.
In questa fase punta sul negoziato. Il problema è che chiede a Teheran concessioni difficilmente accettabili: in sostanza un disarmo unilaterale. Vuole tre cose: la fine dell’arricchimento nucleare iraniano con verifiche stringenti e probabilmente l’esportazione del materiale già arricchito; la limitazione della gittata e del numero dei missili balistici, che rappresentano l’ultimo deterrente di Teheran; e la cessazione del sostegno ai proxy regionali, da Hezbollah ad Hamas, dagli Houthi alle milizie sciite in Iraq.
Un negoziato così ampio difficilmente sarà accettato dall’Iran. È vero che oggi si parla di un’intesa sulle linee guida, ma questo significa poco: il negoziato sarà lungo e non è detto che la pazienza di Trump lo sia altrettanto. C’è poi il fattore israeliano: Israele preme per una soluzione rapida, negoziale o militare.
Salvo sorprese, credo che prima o poi un’azione militare possa verificarsi. Potrebbe colpire siti nucleari, capacità missilistiche o esponenti del regime. Washington sembra ritenere gestibile un’eventuale reazione iraniana, altrimenti non assisteremmo a questo livello di pressione”.
A Ginevra si tiene un nuovo round di colloqui tra Russia e Ucraina con mediazione USA, mentre Mosca lancia un massiccio attacco con droni. Siamo vicini alla pace o il “chiudere velocemente” di Trump è un ultimatum per Kiev?
“I negoziati sono in corso, ma nel frattempo Mosca continua a bombardare. Non credo che siamo vicini a una chiusura rapida, perché per farlo bisognerebbe accettare condizioni molto vicine a quelle russe.
A meno che gli Stati Uniti non decidano di esercitare una pressione maggiore su Mosca, Putin non ha incentivi reali: non percepisce costi insostenibili per la mancata tregua. I nodi restano sempre gli stessi: cessioni territoriali in cambio di garanzie di sicurezza, fondi per la ricostruzione, controllo della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Su questi punti un accordo non c’è. Allo stato attuale mi aspetto un negoziato lungo. Non vedo elementi che inducano all’ottimismo”.
L’eccesso di forza di ICE a Minneapolis è frutto di una crisi istituzionale o di una nuova dottrina di sicurezza? Dopo i tragici fatti, rischia di trasformarsi da strumento di deterrenza a fattore di instabilità per l’amministrazione Trump?
“Non dobbiamo dimenticare che Trump ha vinto le elezioni su sicurezza e immigrazione. Governa per il suo elettorato e su questi temi mantiene le promesse.
Questo approccio si inserisce però in un Paese profondamente diviso, sul piano politico e valoriale. Di fronte a quelli che appaiono come eccessi nelle operazioni di ICE, si registrano segnali di disagio anche tra alcuni repubblicani, sia al Congresso sia nella base Maga. A pochi mesi dalle elezioni di midterm, questo rappresenta per Trump un elemento di attenzione.
Abbiamo già visto un parziale ridimensionamento della pressione. Il presidente sta cercando un equilibrio tra il rispetto degli impegni presi e il rischio che eventuali eccessi si trasformino in un boomerang politico. Non parlerei, almeno per ora, di una crisi istituzionale conclamata. Certamente quella di Trump è una presidenza dirompente, quasi una rivoluzione politica. È però ancora presto per capire se e con quali conseguenze si consoliderà nel tempo”.
