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Esteri
Turchia-Usa, gelo tra Erdogan e Trump. Dall'entusiasmo alla cautela

L'iniziale entusiasmo di Ankara per l'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca sembra lasciare sempre più spazio alla cautela. La leadership turca ha salutato il nuovo presidente statunitense come un elemento di rottura con la politica condotta dall'amministrazione di Barack Obama nel Medioriente, e soprattutto in Siria. Una linea politica con cui il governo turco si è trovato in crescente contrasto e la cui interruzione, sopraggiunta con la nuova guida di Washington, ha portato Ankara ad una fase di ottimismo sul quale ora si stanno formando nuovi e inediti timori. E per la leadership turca, già in difficoltà per l'intervento militare in Siria, si rende ancora più difficile la ricerca di punti in politica estera, in vista del referendum per l'introduzione di un contestatissimo sistema presidenziale. Mentre a seguito del tentato golpe del luglio scorso continua a tenere strettamente in mano le redini del paese con misure emergenziali, arresti e licenziamenti a oltranza.

LA SIRIA E IL NODO CURDO-SIRIANO Uno dei maggiori elementi di contrasto tra Ankara e l'amministrazione di Obama riguardava il sostegno statunitense ai curdi siriani dello PYD (Partito di unione democratica) e al suo braccio armato, considerati dagli USA i principali alleati in Siria nella lotta allo Stato islamico e sostenuti con rifornimento di armi. L'esecutivo turco si aspetta che Trump vada a interrompere il sostegno americano agli autonomisti curdi. E se ancora non risulta chiaro l'atteggiamento che Trump adotterà riguardo all'obiettivo dei curdi-srani di stabilire una regione autonoma curda nel Nord della Siria è certo che il presidente Recep Tayyip Erdogan non risulta affatto rassicurato dalle affermazioni che arrivano da Washington. "Noi siamo a favore di un Medioriente dove l'integrità territoriale è rispettata" ha affermato il capo di Stato turco, che ritiene sia "necessario fare una nuova valutazione strategica dei rapporti tra la Turchia e gli USA" perchè ci sono passi da compiere in Siria e "al più presto". Ankara ha mantenuto il riserbo anche sull'idea di costituire "zone di sicurezza" in Siria, lanciata recentemente da Trump. "L'importante è capire i risultati che si andrebbero a ottenere", ha affermato a riguardo il portavoce del ministero degli Esteri Huseyin Muftuoglu. Lo scenario temuto dalla leadership turca è che Trump possa andare a instaurare quelle zone proprio assieme ai curdi siriani, replicando una situazione già vissuta nel Nord Iraq, che ha poi gettato le basi della regione autonoma curda irakena.

ANKARA CONTRO AUTONOMIA CURDA TRA MOSCA E WASHINGTON Negli anni passati il governo turco ha insistito a lungo per l'istituzione di una no-fly zone sostenuta dagli USA nel territorio siriano, con un dublice obiettivo: creare delle zone protette per i rifugiati siriani che potessero anche funzionare come una base per i ribelli, supportati dall'esecutivo turco, in lotta contro il regime di Bashar al Assad. Tuttavia, recenti sviluppi hanno provocato un'inversione di rotta delle posizioni turche in Siria. Dopo una fase di estremo deterioramento dei rapporti con Mosca - seguito all'abbattimento di un bombardiere russo dall'aviazione turca nel novembre 2015 - negli ultimi mesi, con un'inversione di rotta a 360 gradi, Ankara ha ricucito i legami con la Russia. E sebbene prema ancora per una soluzione in Siria senza Assad, ha abbandonato l'obiettivo di rovesciarne il governo ed è passata a collaborare con la Russia e l'Iran per rendere duraturo il cessate il fuoco tra i ribelli e il regime. Ma l'incubo maggiore di Ankara - la possibilità che al proprio confine venga a costituirsi una regione curda autonoma - viene alimentato anche dal Kremlino, che nella bozza della futura costituzione siriana elaborata dalla Russia menziona espressamente la prospettiva di un'autonomia curda. Va poi ricordato l'invito per un incontro privato che Mosca avrebbe rivolto al PYD, nonostante le pressioni di Ankara di tenerli fuori dalle trattative tenute questa settimana ad Astana.

IL LINGUAGGIO ISLAMOFOBO DI TRUMP E LA LOTTA AL "TERRORISMO ISLAMICO" Di certo i rapporti tra Ankara e Washington non verranno nemmeno facilitati dalle dichiarazioni - che puntano presto a tradursi in azioni - fatte dal nuovo inquilino della Casa Bianca sulla lotta al "terrorismo islamico". Affermazioni che vengono percepite come offrensive dai musulmani e che lo stesso Erdogan ha contraddetto più volte sottolineando che "il terrorismo non ha religione". Critiche arrivano anche dalla stampa pro-governativa che dopo la vittoria di Trump era uscita con titoli esultanti. Ad esempio l'analista Ahmet Tasgetiren, del quotidiano Star, critica il linguaggio trumpiano definendolo "populista" e "neonazionalista" e afferma che "un' America del genere" non verrà apprezzata. D'altro canto, l'intenzione di Trump di spostare l'ambasciata USA da Telaviv a Gerusalemme viene definita come un "simbolo di cattiveria". La lotta contro tutti i movimenti "islamici radicali", che Trump ha dichiarato di voler intraprendere, potrebbe dunque rappresentare un altro problema dei rapporti tra Washington e Ankara. E nella lista dei "gruppi terroristici" potrebbe finire anche quello dei Fratelli musulmani, che l'esecutivo turco ha sempre sostenuto, soprattutto in Egitto.

L'ESTRADIZIONE DI FETHULLAH GULEN Ma secondo Murat Yetkin, del quotidiano liberale Hurriyet, proprio questa crociata contro i movimenti islamisti potrebbe portare ad un'eventuale estradizione dell'ex imam Fethullah Gulen, che Ankara accusa di essere l'architetto del fallito golpe del 15 luglio scorso e le cui richieste di estradizione sono state finora respinte, perchè privi di prove bastevoli a convincere le autorità giudiziare della fondatezza dell'accusa. Secondo Yetkin l'eventuale estradizione potrebbe essere realizzata trovando un escamotage "ad esempio, un'irregolarità fiscale come nel caso di Al Capone". E questo, aggiunge l'analista, avverrebbe "non tanto per rendere felice Erdogan" e "non senza avere un vantaggio in cambio" ma perchè "probabilmente agli occhi di Trump e del suo gruppo di lavoro, Gulen non è diverso da altri leader islamisti che lavorano per il dominio dell'Islam nel mondo. In più è uno che cerca di creare questo dominio negli USA".

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