Ucraina, l'esperto: "Trump vuole chiudere la guerra entro giugno per concentrarsi sulla Cina". Un nuovo conflitto alle porte? - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 19:31

Ucraina, l'esperto: "Trump vuole chiudere la guerra entro giugno per concentrarsi sulla Cina". Un nuovo conflitto alle porte?

Intervista a Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico

di Federica Leccese

Ucraina, la guerra finirà entro giugno? Ecco perché l’annuncio di Trump è una mossa politica e strategica

Il conflitto russo-ucraino finirà «entro giugno». È quanto sostiene il presidente statunitense Donald Trump, mentre da Mosca il ministro degli Esteri, Lavrov, lo accusa di tradimento e parla apertamente di declino degli Stati Uniti. Ma cosa sta accadendo davvero sul piano geopolitico? Siamo di fronte a una reale rottura tra Washington e Mosca? E l’affermazione del tycoon può essere considerata una scadenza realistica o piuttosto una dichiarazione di natura politica?

A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani spiega il reale obiettivo della strategia trumpiana: “Chiudere il conflitto quanto prima per potersi concentrare sulla competizione strategica con la Cina e riaprire un canale di dialogo con Mosca, nel tentativo di sottrarla all’abbraccio di Pechino”.

Trump sostiene che la guerra debba finire entro giugno. Si tratta di una scadenza realistica o più di una dichiarazione politica? Quali leve concrete avrebbe davvero Washington per imporre o accelerare un accordo?

“Quella di Trump è una dichiarazione politica e strumentale, utile ad accrescere in modo significativo la pressione sul conflitto. Una pressione che ricade in realtà più sull’Ucraina che sulla Russia.
Le principali leve a disposizione di Washington, infatti, riguardano proprio Kiev: in primo luogo una possibile riduzione massiccia delle forniture militari, che renderebbe sempre più difficile per l’Ucraina sostenere lo sforzo bellico. Parallelamente, gli Stati Uniti potrebbero aumentare la pressione sugli alleati europei affinché si facciano carico in misura maggiore della difesa ucraina, sia sul piano finanziario sia su quello militare.

Washington punta anche su un fattore di medio-lungo periodo: la crescente stanchezza dell’opinione pubblica e dei governi dell’Europa occidentale nel sostenere Kiev. Sappiamo, ad esempio, che l’Unione europea ha stanziato circa 90 miliardi di euro, con una prima tranche di 45 miliardi prevista tra il 2026 e il 2027. È lecito però dubitare che, esauriti questi fondi, l’Europa sia disposta a proseguire indefinitamente nello stesso impegno.

In definitiva, le leve americane si concentrano sulle forniture belliche e sulla gestione del sostegno europeo. Per gli Stati Uniti, chiudere quanto prima il conflitto è strategicamente cruciale: l’obiettivo è riaprire un canale di dialogo con Mosca per tentare di allentare il suo legame con Pechino e ridurre l’attuale convergenza russo-cinese”. 

Zelensky ribadisce che l’Ucraina non accetterà accordi senza essere coinvolta e chiede garanzie di sicurezza solide. Quali potrebbero essere, oggi, garanzie credibili per Kiev? E Mosca sarebbe disposta ad accettarle?

“L’Ucraina, sotto la presidenza Zelensky, continuerà inevitabilmente a rivendicare il recupero dei territori orientali — in particolare Kherson, Zaporižžja, Luhansk e Donetsk, cioè il Donbass. Tuttavia, è altrettanto evidente che la Russia, in quanto grande potenza militare e nucleare, non è disposta a cedere questi territori e mantiene una presenza militare crescente sul campo.

Un obiettivo più realistico per Kiev potrebbe quindi essere il congelamento delle linee del fronte, evitando ulteriori perdite territoriali e mantenendo il controllo di alcune aree strategiche. Mosca potrebbe accettare un simile congelamento, così come potrebbe tollerare un ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, che rappresenterebbe però un “dente avvelenato” per Bruxelles, chiamata a sostenere economicamente la ricostruzione dell’Ucraina centro-occidentale.

Diverso è il discorso sull’adesione alla NATO: su questo punto la Russia resta fermamente contraria. Kiev, invece, continua a puntare su solide garanzie di sicurezza occidentali. Non a caso, durante il World Economic Forum di Davos, Zelensky ha sottolineato come una NATO priva del sostegno diretto statunitense sarebbe destinata a una profonda ridefinizione, arrivando persino a proporre l’integrazione dell’esercito ucraino in un ipotetico sistema di difesa europeo comune.

Si tratta però di uno scenario che Mosca rifiuta nettamente e che, peraltro, appare difficilmente realizzabile a causa delle divisioni nazionali europee e della persistente dipendenza strategica dell’Europa da Washington. In questo contesto, la soluzione più probabile resta un congelamento del conflitto lungo le attuali linee, simile al modello coreano”.

Lavrov accusa Trump di tradimento e parla di declino degli Stati Uniti: stiamo assistendo a una reale rottura tra Mosca e Washington? E quali conseguenze avrebbe sul conflitto in Ucraina?

“Dal punto di vista tattico-militare, la Russia sta ottenendo risultati sul campo: ha ampliato il controllo territoriale rispetto al 24 febbraio 2022, consolidando il possesso della Crimea, annessa nel 2014, e di diverse aree di Kherson, Zaporižžja e del Donbass.

Sul piano strategico, però, la situazione è diversa. L’allargamento della NATO a 32 membri con l’ingresso di Svezia e Finlandia rappresenta una sconfitta strategica per Mosca. Il Mar Baltico è diventato di fatto un “lago atlantico” e la Russia è ora costretta a controllare oltre 1.300 chilometri di confine con la Finlandia, aumentando la pressione soprattutto sull’enclave altamente militarizzata di Kaliningrad.

L’Ucraina, pur non essendo formalmente nella NATO, è ormai integrata de facto nel sistema atlantico, almeno nella sua parte centro-occidentale, da Kiev a Leopoli. In questo contesto, l’interesse degli Stati Uniti è quello di chiudere il conflitto per potersi concentrare sulla competizione strategica con la Cina, cercando al tempo stesso di sottrarre la Russia all’abbraccio di Pechino.

Mosca, dal canto suo, punta a rafforzare il legame con la Cina e con i BRICS per scardinare l’unipolarismo a guida americana, ma teme anche una dipendenza eccessiva da Pechino. Basti ricordare che l’Estremo Oriente russo, scarsamente popolato, confina con regioni cinesi densamente abitate, mentre la maggioranza della popolazione russa vive nella parte europea del Paese.

Ne deriva un’alleanza con limiti ben precisi: Russia e Cina sono allineate in funzione antiamericana, ma Mosca continua a guardare a Washington con interesse e cautela allo stesso tempo. In questo senso, la conclusione della guerra in Ucraina potrebbe convenire a entrambe: agli Stati Uniti, per delegare maggiormente il contenimento della Russia agli europei e concentrarsi sulla Cina; alla Russia, per riequilibrare la propria politica estera e ridurre la dipendenza da Pechino”. 

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