Ucraina, Paniccia: “Putin non vuole fermare la guerra. Con Trump gioca la partita dei negoziati”
Nonostante il nuovo tentativo diplomatico degli Stati Uniti, la guerra in Ucraina resta lontana da una svolta. La missione di Steve Witkoff e Jared Kushner tra Mosca e Kiev ha riaperto il confronto e portato sul tavolo nuove proposte, ma le distanze tra le parti restano profonde. Vladimir Putin continua a respingere l’ipotesi di una semplice tregua e insiste sulla necessità di affrontare le “cause profonde” del conflitto, mentre Volodymyr Zelensky avverte che, allo stato attuale, la guerra potrebbe proseguire durante l’inverno.
Il nodo, dunque, resta capire quale sia realmente la strategia del Cremlino. Putin vuole davvero arrivare a un accordo oppure utilizza il negoziato per guadagnare tempo e mantenere aperto il rapporto con Donald Trump? Sul campo, intanto, il conflitto si è trasformato in una durissima guerra di logoramento, con costi enormi per entrambi gli eserciti e senza una soluzione militare all’orizzonte. E sullo sfondo rimane la questione più difficile: quella dei territori e delle condizioni che potrebbero consentire di fermare le ostilità senza trasformare un eventuale accordo in una resa di Kiev.
A fare il punto è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), che ad Affaritaliani analizza la strategia di Mosca e gli scenari dei prossimi mesi: “Putin non ha alcuna reale intenzione di arrivare in questo momento a un accordo, tantomeno a una tregua o alla pace. La sua apparente disponibilità al dialogo è legata soprattutto al rapporto con Trump”.
Putin continua a rifiutare una semplice tregua e chiede di risolvere le “cause profonde” del conflitto. In termini concreti, che cosa vuole ottenere oggi Mosca prima di fermare la guerra? Putin vuole davvero arrivare a un accordo?
“Putin non ha, a mio avviso, alcuna reale intenzione di arrivare in questo momento a un accordo, tantomeno a una tregua o alla pace. La sua apparente disponibilità al dialogo è legata soprattutto al rapporto con Trump. Il presidente americano si trova a due mesi dalle elezioni, è impegnato sul fronte iraniano e deve affrontare una situazione interna complessa, tra inflazione e aumento dei costi. Ha quindi bisogno di poter mostrare risultati anche sul dossier ucraino e Putin, in questa fase, gli consente di presentarsi come il grande pacificatore.
Ma le condizioni poste da Mosca non sono sostanzialmente cambiate, neppure dopo gli incontri con Witkoff e Kushner. Putin continua a chiedere il ritiro ucraino dai territori di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, la rinuncia definitiva di Kiev all’ingresso nella Nato, una forte smilitarizzazione dell’Ucraina e quella che Mosca definisce “denazificazione”, che finirebbe per incidere sulla stessa autodeterminazione ucraina.
Dopo quasi cinque anni di guerra, continuare a parlare genericamente di “cause profonde” senza modificare queste condizioni non porta a una soluzione. Bisogna cambiare approccio diplomatico e partire dal presupposto che non possa esserci semplicemente una resa dell’Ucraina senza condizioni”.
Zelensky dice che la guerra sembra destinata a continuare durante l’inverno. Dal punto di vista militare, a chi conviene oggi prolungare il conflitto? Putin ritiene davvero di poter ottenere sul campo più di quanto gli offrirebbe un negoziato?
“Siamo davanti a una guerra di attrito e di fortissimo logoramento nella quale nessuna delle due parti riesce a ottenere un risultato decisivo. Le perdite russe sono enormi e gli avanzamenti territoriali rimangono molto limitati rispetto al prezzo pagato sul campo. Proprio la necessità di sostituire continuamente gli uomini al fronte ha spinto Mosca verso forme di mobilitazione meno evidenti.
Anche l’Ucraina, naturalmente, attraversa enormi difficoltà: deve fare i conti con diserzioni, carenza di uomini e problemi interni, compresi episodi di corruzione. Nonostante questo, è riuscita a resistere, anche grazie all’impiego della tecnologia e a una capacità operativa che ha impedito alla Russia di raggiungere gli obiettivi militari prefissati.
La situazione sul terreno resta quindi sostanzialmente congelata. Ed è questo il problema: la guerra, oggi, non ha una soluzione militare. Le parole di Zelensky fanno pensare che Kiev sia consapevole della possibilità concreta di dover affrontare un altro inverno e forse altri sei mesi o più di combattimenti. Se non cambia qualcosa sul piano diplomatico, il conflitto rischia semplicemente di continuare”.
Gli Stati Uniti parlano di compromessi da entrambe le parti, ma il territorio resta il nodo centrale. Esiste ancora una soluzione che non venga percepita come una resa dell’Ucraina?
“Una soluzione è ancora possibile, ma deve partire dal realismo e dall’impossibilità di imporre all’Ucraina una resa totale. A mio avviso deve cambiare innanzitutto il metodo negoziale. Non possiamo continuare con una diplomazia fatta soltanto di telefonate tra Trump e Putin e di missioni periodiche degli emissari americani. Serve un tavolo più ampio, con negoziatori di alto profilo e una presenza europea molto più forte.
Anche sul territorio esistono formule alternative alla semplice cessione alla Russia. Alcune delle aree contese potrebbero, per esempio, essere sottoposte a una gestione internazionale sotto l’egida dell’Onu o dell’Osce. Penso in particolare a Zaporizhzhia, anche per la presenza della centrale nucleare. Una soluzione di questo tipo consentirebbe di non trasformare ogni concessione territoriale in un passaggio automatico sotto il controllo russo e renderebbe meno pesante il sacrificio richiesto all’Ucraina.
Sulla Crimea, realisticamente, ritengo molto difficile immaginare un ritorno sotto il controllo ucraino. Su altri territori, invece, si possono studiare formule internazionali e garanzie differenti. Le possibilità diplomatiche esistono: ciò che deve cambiare sono le modalità con cui vengono cercate.
Prima o poi questa guerra finirà e serviranno probabilmente anche forze internazionali di interposizione. L’Europa dovrà necessariamente avere un ruolo, perché ci troveremo davanti a una nuova frontiera europea fortemente militarizzata, da Kaliningrad fino al Mar Nero. Questo cambierà non soltanto gli equilibri militari, ma anche quelli politici dell’intero continente”.


